Il gatto nero nelle credenze europee: da Bastet ai processi
Dal culto egizio di Bastet alla bolla Vox in Rama del 1233 e ai processi inglesi: come il gatto nero divenne simbolo di malaugurio in Europa.
Pochi animali domestici hanno avuto una reputazione tanto contraddittoria quanto il gatto nero. Nella stessa Europa che lo associava alle streghe, in alcune regioni lo si considerava un portafortuna, e secondo una tradizione diffusa i marinai britannici lo volevano a bordo. Per capire come un piccolo felino sia diventato un simbolo di malaugurio bisogna seguire un filo lungo, che parte dalle divinità antiche, attraversa le polemiche religiose del Duecento e arriva ai processi per stregoneria dell'età moderna.
Dall'Egitto alle dee del Nord
In Egitto il gatto era legato a Bastet, dea venerata a Bubasti, nel delta del Nilo, dove sono state rinvenute grandi quantità di gatti mummificati. Erodoto, nel secondo libro delle Storie, racconta che gli Egizi in lutto per la morte del gatto di casa si radevano le sopracciglia. Il gatto non aveva qui alcuna connotazione sinistra: era un animale protetto, associato alla casa, alla fertilità e alla difesa dai serpenti.
Anche nel mondo nordico il felino compare accanto a una divinità femminile. Nell'Edda in prosa, composta da Snorri Sturluson nel XIII secolo, la dea Freyja viaggia su un carro trainato da due gatti. Si tratta di un'immagine isolata e difficile da interpretare, ma mostra che il gatto poteva stare dalla parte delle forze benevole, molto prima di finire tra le creature del demonio.
La svolta medievale
Il passaggio decisivo avvenne nel Medioevo cristiano, quando il gatto entrò nella polemica contro gli eretici. La bolla Vox in Rama, emanata da papa Gregorio IX nel 1233 e indirizzata alla Germania, descrive riti segreti nei quali gli adepti avrebbero reso omaggio a un grosso gatto nero. Il documento riflette le accuse raccolte dall'inquisitore Corrado di Marburgo e va letto come un testo di propaganda, non come la cronaca di cerimonie reali.
Da allora l'immagine del gatto nero come incarnazione o servitore del diavolo si diffuse nella predicazione e nella trattatistica. Il colore contava molto: il nero era associato alla notte, al lutto e alle tenebre spirituali, e un animale notturno, silenzioso e dagli occhi luminosi nel buio si prestava bene a diventare il simbolo di ciò che sfugge al controllo umano.
Streghe, famigli e superstizioni quotidiane
Nei processi per stregoneria del Cinque e Seicento il gatto compare spesso tra gli animali attribuiti alle accusate. In Inghilterra, nel processo di Chelmsford del 1566, Elizabeth Francis dichiarò di aver ricevuto dalla nonna un gatto bianco maculato chiamato Sathan. Il caso mostra che il colore non era sempre il nero: contava soprattutto il legame presunto tra la donna e una creatura che si credeva al suo servizio.
Dalle accuse giudiziarie e dalla predicazione derivano molte superstizioni ancora vive, come il timore del gatto nero che attraversa la strada. In Gran Bretagna e in Irlanda, però, l'incontro con un gatto nero è spesso considerato di buon augurio. La medesima figura poteva dunque portare fortuna o sventura a seconda del luogo, del ceto sociale e della tradizione familiare di chi la incontrava.
La storia del gatto nero insegna quanto il simbolo dipenda dal contesto. Lo stesso animale fu compagno di dee, presunto idolo di eretici, aiutante di streghe e talismano dei marinai. Ciò che cambiava non era il gatto, ma lo sguardo di chi lo osservava, carico di timori religiosi, di sospetti verso le donne sole e di quell'antica diffidenza per tutto ciò che si muove di notte.
