Il Leone di Nemea: dalla prima fatica di Eracle alla stella Regolo
La belva invulnerabile vinta da Eracle a mani nude, la stella Regolo e la Chioma di Berenice: miti e storia della costellazione zodiacale del Leone.
La costellazione del Leone è una delle poche che somigliano davvero all'animale da cui prendono il nome. Una falce di stelle disegna la criniera e il petto, un triangolo segna i fianchi e la coda, e la figura si staglia con chiarezza nel cielo di primavera. I Babilonesi la chiamavano già «il grande leone», e per i Greci quell'immagine non poteva essere altro che la belva più famosa del loro mito: il leone di Nemea.
La belva dalla pelle invulnerabile
Esiodo, nella Teogonia, colloca il leone nella stirpe dei mostri e dice che fu Era a nutrirlo e a stabilirlo sui monti di Nemea, nel Peloponneso, a rovina degli uomini. Le fonti successive aggiungono il dettaglio decisivo: la sua pelle non poteva essere ferita da alcuna arma. Uccidere la belva fu la prima delle fatiche imposte a Eracle dal re Euristeo di Tirinto, e la più emblematica.
Apollodoro racconta che l'eroe tentò dapprima con le frecce, che rimbalzarono, e poi con la clava. Inseguito il leone nella sua tana a due ingressi, ne ostruì uno e lo affrontò a mani nude, stringendolo al collo fino a soffocarlo. Per scuoiarlo dovette usare gli artigli stessi dell'animale. Da allora Eracle indossò la pelle come mantello e la testa come elmo, ed è così che lo ritrae quasi tutta l'arte antica.
Il leone tra le stelle
Secondo i mitografi fu Zeus, o secondo altri Era stessa, a collocare il leone in cielo come ricordo dell'impresa. Al centro della figura brilla Regolo, una delle stelle più luminose dello zodiaco, posta quasi esattamente sull'eclittica. Tolomeo la chiamava Basiliskos, «piccolo re», e il nome latino Regulus ne è la traduzione. La lunga tradizione astrologica la annoverò tra le stelle regali, legate al comando e alla sovranità.
Un'altra stella, Denebola, segna la coda e porta un nome arabo che significa appunto «la coda del leone». Un tempo il ciuffo di stelle deboli oltre la coda faceva parte della figura. Nel III secolo a.C. l'astronomo Conone di Samo lo identificò con la chioma che la regina Berenice II d'Egitto aveva offerto agli dei per il ritorno del marito Tolomeo III dalla guerra. Callimaco ne fece un poema, che Catullo tradusse in latino.
Il Sole d'estate
Nell'antichità il Sole attraversava il Leone nel pieno dell'estate, durante i giorni più caldi dell'anno. Questo legame contribuì a fare del leone un animale solare, simbolo di fuoco, potenza e regalità, associazioni che l'astrologia ellenistica e medievale codificò assegnando il segno al Sole come proprio domicilio. Nei mosaici e nei manoscritti miniati il Leone compare spesso con una criniera raggiata, quasi fosse un piccolo astro.
Il Leone di Nemea racchiude così un nucleo di significati che attraversa i secoli: la forza bruta che solo una forza più grande, unita all'ingegno, riesce a domare. Eracle non vince con le armi, ma imparando i limiti del suo avversario e usando contro di lui la sua stessa natura. Il mantello di pelle leonina diventa il segno visibile di questa vittoria, e il cielo ne conserva il ricordo.
