Gufo e civetta: dalla saggezza di Atena all'uccello del malaugurio
La civetta di Atene, il gufo funebre di Virgilio e Plinio, le striges di Ovidio: perché i rapaci notturni annunciavano sventura nelle credenze europee.
Gufo e civetta portano con sé due reputazioni opposte. Da una parte la civetta è l'emblema di Atena e, per estensione, della sapienza; dall'altra i rapaci notturni sono stati per secoli considerati messaggeri di morte, tanto che in molte zone d'Italia il loro verso vicino a una casa veniva ascoltato con apprensione. Questa doppia lettura ha radici antiche e si può seguire con precisione nelle fonti greche e latine.
La civetta di Atene
Ad Atene la civetta era l'animale di Atena, dea della saggezza e protettrice della città. La sua immagine compariva sul rovescio delle tetradramme d'argento coniate dal VI secolo a.C., accanto alle prime lettere del nome della città, tanto che queste monete erano dette familiarmente «civette». Il proverbio greco «portare civette ad Atene», ricordato anche da Aristofane, indicava un gesto inutile, come portare acqua al mare.
Il legame tra la civetta e l'intelligenza dipendeva probabilmente dalla sua capacità di vedere nel buio, metafora di una mente che penetra ciò che agli altri resta oscuro. L'associazione è sopravvissuta fino a oggi: la civetta compare negli stemmi di università e accademie e nei simboli di molte istituzioni culturali europee.
Il gufo funebre dei Romani
A Roma prevaleva invece l'immagine sinistra. Plinio il Vecchio definisce il gufo reale, il bubo, uccello funebre e particolarmente infausto nei presagi pubblici, e ricorda che la sua comparsa in città poteva richiedere riti di purificazione. Virgilio, nel quarto libro dell'Eneide, fa udire a Didone, ormai vicina alla morte, il lamento del gufo solitario sui tetti del palazzo.
Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta che Ascalafo fu trasformato in gufo da Proserpina per aver rivelato che la dea aveva mangiato i chicchi di melagrana negli Inferi, e definisce il nuovo uccello «ignavus bubo», annunciatore di lutti per i mortali. Il mito spiegava così la cattiva fama dell'animale come punizione per una delazione.
Dalla strix alla strega
Il mondo latino conosceva anche la strix, creatura notturna in parte uccello e in parte demone. Nei Fasti Ovidio descrive le striges come uccelli dalla testa grande e dagli artigli adunchi che di notte assalgono i neonati, e narra come il piccolo Proca fu salvato dalla ninfa Crane. Dal nome strix deriva, attraverso il latino tardo, la parola italiana «strega».
Questa eredità spiega perché, nella cultura popolare italiana, il verso della civetta o del barbagianni fosse spesso interpretato come annuncio di una morte imminente. Le credenze variavano da regione a regione, ma il tratto comune era l'idea che un uccello della notte, che vede quando gli uomini dormono, potesse conoscere anche il destino nascosto delle persone.
La storia del gufo e della civetta mostra come lo stesso tratto naturale possa generare simboli opposti. La vista notturna fu letta come saggezza ad Atene e come presagio funesto a Roma, e le due interpretazioni hanno convissuto fino all'età moderna. Ancora oggi l'uccello di Atena decora biblioteche e diplomi, mentre il suo canto nel buio conserva per molti un'eco inquietante.
