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Animali nella tradizione magica · MAG · N. 010 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il ragno e il tarantismo pugliese: da Baglivi a De Martino

Aracne nelle Metamorfosi, la tarantola del Salento, Kircher e Baglivi, la cappella di San Paolo a Galatina e La terra del rimorso di Ernesto De Martino.

In nessun'altra parte d'Europa il ragno ha avuto un ruolo culturale paragonabile a quello che ha avuto in Puglia, e in particolare nel Salento. Per secoli si credette che il morso di un ragno, la taranta, provocasse in alcune persone uno stato di malessere e di crisi che si risolveva soltanto con la musica e la danza. Questo complesso di credenze e di riti, noto come tarantismo, è stato descritto da medici, gesuiti e antropologi, ed è diventato uno dei capitoli più studiati della cultura popolare italiana.

Il ragno nel mito antico

La tradizione classica legava il ragno a una storia di orgoglio e punizione. Ovidio, nel sesto libro delle Metamorfosi, racconta di Aracne, giovane tessitrice della Lidia che osò sfidare Minerva nell'arte del telaio. La sua tela, perfetta, raffigurava gli amori colpevoli degli dèi; la dea, offesa, la colpì e la trasformò in ragno, condannandola a tessere per sempre.

Dal nome di Aracne deriva il termine scientifico aracnidi. Il mito dava al ragno un'aura di abilità quasi sovrumana e insieme di colpa, e questa ambivalenza attraversa molte credenze successive, in cui il ragno è ora segno di fortuna e operosità domestica, ora creatura velenosa e insidiosa, capace di agire di nascosto.

Medici e gesuiti davanti alla taranta

Il fenomeno attirò presto l'attenzione degli studiosi. Il gesuita Athanasius Kircher, nel Magnes del 1641, dedicò al tarantismo un'ampia trattazione e trascrisse alcune melodie usate per guarire i tarantati, considerate una prova della forza magnetica della musica. Nel 1696 il medico Giorgio Baglivi pubblicò a Roma una dissertazione sull'anatomia, sul morso e sugli effetti della tarantola, cercando di spiegare il fenomeno con gli strumenti della medicina del tempo.

I ragni chiamati in causa erano soprattutto due. La Lycosa tarantula, il grande ragno lupo che prende il nome da Taranto, ha un morso doloroso ma di scarsa pericolosità. Più velenosa è la malmignatta, Latrodectus tredecimguttatus, parente della vedova nera, il cui morso provoca sintomi seri. Già gli osservatori antichi intuivano che la gravità del fenomeno non dipendeva soltanto dal veleno.

La terra del rimorso

La svolta interpretativa arrivò con Ernesto De Martino, che nel giugno del 1959 condusse nel Salento una ricerca con un gruppo di lavoro di cui facevano parte l'etnomusicologo Diego Carpitella, lo psichiatra Giovanni Jervis, l'antropologa Amalia Signorelli e il fotografo Franco Pinna. I risultati confluirono nel libro La terra del rimorso, pubblicato nel 1961.

De Martino osservò le tarantate nelle case, durante le lunghe sedute musicali con tamburello e violino, e nella cappella di San Paolo a Galatina, dove il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, si recavano per invocare la grazia del santo. Paolo era legato al tema del veleno perché, secondo gli Atti degli apostoli, sopravvisse al morso di una vipera a Malta.

Lo studioso interpretò il tarantismo non come una malattia né come una semplice superstizione, ma come un sistema simbolico che permetteva di dare forma e soluzione rituale a crisi esistenziali, conflitti familiari e sofferenze sociali. Il titolo stesso del libro gioca sul doppio senso di «rimorso», come senso di colpa e come nuovo morso che ritorna ogni anno.

Oggi il tarantismo come rito terapeutico è scomparso, ma la sua musica, la pizzica, vive una stagione di grande popolarità con festival e concerti. La storia del ragno salentino mostra come un piccolo animale possa diventare il centro di un intero mondo di significati, studiato nei secoli da prospettive diverse e capace ancora oggi di parlare dell'identità di un territorio.