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Animali nella tradizione magica · MAG · N. 005 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il lupo mannaro nelle fonti antiche: Petronio, Plinio e Licaone

Dal racconto di Nicerote nel Satyricon allo scetticismo di Plinio, da Licaone ai Neuri di Erodoto: le prime testimonianze della licantropia in Europa.

L'idea che un uomo possa trasformarsi in lupo è una delle credenze più antiche e diffuse d'Europa. Prima dei romanzi gotici e dei film, la figura del lupo mannaro compare già nei testi greci e latini, dove la si trova raccontata come mito, come aneddoto spaventoso intorno a una tavola imbandita o come superstizione da smentire. Leggere queste fonti permette di capire come la credenza sia nata e come, già nell'antichità, qualcuno la guardasse con diffidenza.

Licaone e i Neuri

Il modello mitico è Licaone, re dell'Arcadia. Ovidio, nel primo libro delle Metamorfosi, racconta che Giove, ospite del re, si vide offrire carne umana per mettere alla prova la sua divinità; per punizione Licaone fu trasformato in lupo, conservando nell'aspetto feroce i tratti del proprio carattere. Il nome stesso del re richiama la parola greca per lupo, lykos, da cui deriva il termine licantropia.

Erodoto, nel quarto libro delle Storie, riferisce che i Neuri, popolo a nord del Mar Nero, si trasformerebbero in lupi per pochi giorni ogni anno. Lo storico precisa di riferire ciò che raccontano gli Sciti e i Greci della regione, e dichiara apertamente di non crederci. È una delle prime attestazioni di un atteggiamento critico verso la metamorfosi.

Il racconto di Nicerote nel Satyricon

Il testo più vivido è quello di Petronio, scritto nel I secolo d.C. Durante la cena di Trimalcione il liberto Nicerote racconta di essersi messo in cammino di notte con un soldato per raggiungere la donna amata. Giunti tra le tombe, sotto una luna chiarissima, il compagno si spogliò e, dice il narratore, «subito lupus factus est», ululò e fuggì nei boschi, mentre i suoi abiti si erano mutati in pietra.

Arrivato alla villa, Nicerote apprese che un lupo aveva assalito il gregge e che un servo lo aveva ferito al collo con una lancia. Il mattino seguente trovò il soldato a letto, mentre un medico gli curava proprio il collo. Nicerote conclude di aver capito che l'uomo era un versipellis, cioè un mutapelle. Il racconto, pieno di umorismo, rivela una credenza popolare già ben definita, con la ferita che rivela l'identità segreta.

Lo scetticismo di Plinio

Plinio il Vecchio, nell'ottavo libro della Naturalis historia, affronta il tema con decisione. Riferisce la storia, raccolta da autori greci, di una famiglia arcade che sceglieva un suo membro per attraversare a nuoto uno stagno e vivere da lupo per nove anni, e quella di Demeneto di Parrasia. Poi afferma che dobbiamo ritenere queste trasformazioni «falsum esse confidenter», cioè false con sicurezza.

Plinio osserva anche che la parola versipellis era entrata nel linguaggio comune come insulto, segno che la credenza era radicata nel popolo. In epoca imperiale medici come Marcello di Side descrissero la licantropia come una forma di malinconia che spingeva i malati a vagare di notte tra i sepolcri. Questa lettura medica fu trasmessa ai trattati bizantini e medievali.

Tra mito, aneddoto e critica razionale, le fonti antiche contengono già tutti gli elementi della leggenda successiva: la luna, la notte, i luoghi di sepoltura, la ferita rivelatrice. Il lupu minaru siciliano e il lupo mannaro delle campagne italiane discendono da questa tradizione, arricchita nei secoli da credenze locali, ma il loro antenato più riconoscibile resta il soldato che spaventò Nicerote tra le tombe.