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Animali nella tradizione magica · MAG · N. 017 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il cane nero e Black Shuck: la tempesta di Bungay del 1577

Il cane nero di Bungay e Blythburgh nel racconto di Abraham Fleming, il Barghest, il Gytrash di Jane Eyre e il barbone del Faust: il cane come spettro.

Fedele compagno dell'uomo, il cane è anche, nella tradizione europea, una presenza ambigua legata alla morte e al mondo dei defunti. In Inghilterra questa ambiguità ha dato vita a un'intera famiglia di leggende sui cani neri spettrali, grandi animali dagli occhi ardenti che appaiono di notte lungo strade solitarie o vicino ai cimiteri. Il più celebre è Black Shuck, il cane nero dell'Anglia orientale, legato a un episodio documentato del 1577.

Dal Cerbero alle cagne di Ecate

Il legame tra cane e aldilà è antichissimo. Nella mitologia greca Cerbero, il cane a più teste descritto già da Esiodo, custodisce l'ingresso dell'Ade, impedendo ai morti di uscire. Ecate, dea dei crocicchi e della magia, era associata ai cani: nel secondo Idillio di Teocrito l'ululato dei cani annuncia la presenza della dea nella notte.

Questa eredità classica si fuse con credenze germaniche e celtiche in cui cani spettrali accompagnano le anime o annunciano la morte. Nel folklore britannico i cani neri compaiono con nomi diversi a seconda delle regioni: il Barghest nello Yorkshire, il Gytrash nell'Inghilterra settentrionale, Black Shuck nel Norfolk e nel Suffolk. Il nome Shuck viene spesso collegato all'inglese antico scucca, demone, ma l'etimologia non è certa.

La tempesta del 4 agosto 1577

Domenica 4 agosto 1577, durante un violento temporale, accaddero eventi drammatici in due chiese del Suffolk. A Bungay, secondo l'opuscolo pubblicato lo stesso anno da Abraham Fleming, un cane nero apparve nella chiesa di Santa Maria durante la funzione, passò tra i fedeli inginocchiati e ne uccise due, mentre un altro rimase gravemente ustionato.

Lo stesso giorno, a Blythburgh, la guglia della chiesa della Santissima Trinità crollò attraverso il tetto e alcune persone morirono. La tradizione locale attribuisce al cane le bruciature ancora visibili sulla porta nord, dette segni delle dita del diavolo. È probabile che il racconto trasformasse in apparizione demoniaca gli effetti di un fulmine, ma la data e i danni sono attestati.

Bungay ha fatto del cane nero un emblema cittadino: un cane nero su un fulmine compare sul segnavento e nei simboli della città. Fleming, autore dell'opuscolo, era un erudito e traduttore di Londra che scrisse sulla base delle notizie ricevute, e il suo testo va letto come una narrazione morale tipica dell'epoca, che vedeva nei disastri naturali un segno del giudizio divino.

Il cane nero nella letteratura

La leggenda è rimasta viva nella letteratura moderna. Nel 1847 Charlotte Brontë, in Jane Eyre, fa pensare alla protagonista al Gytrash dei racconti della sua infanzia quando un grosso cane le compare davanti al crepuscolo. Arthur Conan Doyle, nel Mastino dei Baskerville pubblicato tra il 1901 e il 1902, si ispirò alle leggende di cani spettrali del Dartmoor e dell'Inghilterra occidentale.

Anche Goethe, nel Faust del 1808, fa apparire Mefistofele nelle sembianze di un barbone nero che segue il protagonista fino al suo studio. Quando l'animale rivela la sua vera natura, Faust esclama «Das also war des Pudels Kern!», ecco dunque il nocciolo del barbone, espressione divenuta proverbiale in tedesco per indicare la verità nascosta di una cosa.

Il cane nero mostra come un animale amico possa diventare, in un contesto diverso, l'immagine della paura. Guardiano dei confini tra la vita e la morte, accompagnatore delle anime, messaggero di sventura: le sue molte figure hanno in comune la notte e la soglia. Bungay e Blythburgh conservano ancora oggi la memoria di quella domenica del 1577, sospesa tra cronaca e leggenda.