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Animali nella tradizione magica · MAG · N. 016 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il pipistrello: le Miniadi, le ali di Lucifero e il sonno della ragione

Le figlie di Minia trasformate da Bacco, il Levitico, le ali di Lucifero in Dante e il Capriccio di Goya: perché il pipistrello divenne creatura delle tenebre.

Il pipistrello vola nel buio, si appende a testa in giù e sfugge a ogni classificazione semplice: non è un uccello, eppure vola; è un mammifero, eppure abita il cielo notturno. Questa natura di confine ne ha fatto, nella tradizione europea, una creatura sospetta, legata alla notte, alle grotte e al mondo infero. Dalle Metamorfosi di Ovidio alle incisioni di Goya, il suo profilo membranoso ha accompagnato l'immaginazione del male e dell'oscurità.

Le figlie di Minia e il nome della sera

Ovidio, nel quarto libro delle Metamorfosi, racconta delle Miniadi, le figlie di Minia, re di Orcomeno, che durante le feste di Bacco rifiutarono di partecipare ai riti e continuarono a filare e a raccontarsi storie. Il dio le punì trasformandole in pipistrelli, condannate a evitare la luce e a frequentare i tetti al calar della sera. Il mito lega l'animale al rifiuto del sacro e alla fuga dalla luce.

Il nome latino vespertilio deriva da vesper, la sera, e indica l'ora in cui il pipistrello compare. Da esso discende il nostro pipistrello, attraverso forme popolari come vipistrello, ancora usata da Dante. Nel Levitico, inoltre, il pipistrello è elencato tra gli animali volanti impuri, insieme a diversi uccelli rapaci, e questa classificazione rafforzò la sua cattiva reputazione nella cultura cristiana.

Le ali dei demoni

Nel Medioevo l'arte cristiana cominciò ad attribuire ai demoni ali membranose, in contrasto con le ali piumate degli angeli. Il contrasto era eloquente: le piume rimandavano alla luce e al cielo, la membrana nuda alla notte e alle caverne. Dante fissa l'immagine nel canto XXXIV dell'Inferno, dove Lucifero agita sei grandi ali che «non avean penne, ma di vispistrello era lor modo».

La favola esopica del pipistrello che, durante la guerra tra uccelli e quadrupedi, si dichiara ora dell'una ora dell'altra parte, contribuì a farne un simbolo di doppiezza e di opportunismo. Il pipistrello diventava così l'animale di chi non ha una vera appartenenza, che si adatta alle circostanze e non merita fiducia: un'idea che si sovrapponeva facilmente a quella del demone ingannatore.

Dal Capriccio di Goya ai vampiri

Nel 1799 Francisco Goya pubblicò la serie dei Capricci. Nell'incisione numero 43, intitolata El sueño de la razón produce monstruos, un uomo addormentato sul tavolo è circondato da gufi e pipistrelli che si levano nell'ombra. L'opera è una riflessione sulla ragione che, quando si addormenta, lascia spazio ai mostri della superstizione e dell'ignoranza.

Nel Settecento i naturalisti europei avevano dato il nome di vampiri ad alcuni pipistrelli americani che si nutrono di sangue, riprendendo le leggende dell'Europa orientale allora molto discusse. Il legame tra pipistrello e vampiro, rafforzato più tardi dalla letteratura gotica, nacque dunque da un incontro tra storia naturale e folklore. Nelle campagne, intanto, si diceva che i pipistrelli si impigliassero nei capelli.

Oggi sappiamo che i pipistrelli sono animali preziosi per gli ecosistemi e protetti in tutta Europa. La loro reputazione notturna, tuttavia, racconta una storia culturale coerente: dalla punizione delle Miniadi alle ali di Lucifero, fino al sonno della ragione di Goya, il pipistrello ha incarnato ciò che resta fuori dalla luce, il dubbio, l'ambiguità e il timore dell'ignoto.