La falena testa di morto: Atropo, Acheronte e un teschio sulle ali
Il nome dato dai naturalisti, il disegno a teschio, il verso stridulo e i versi di Keats: perché la sfinge testa di morto divenne un presagio di morte.
Poche creature portano un simbolo tanto esplicito impresso sul corpo come la sfinge testa di morto, una grande falena notturna diffusa in Africa e in Europa. Sul dorso del torace mostra un disegno chiaro che ricorda un teschio, e quando viene disturbata emette un suono acuto, simile a uno squittio. Non sorprende che un insetto con queste caratteristiche sia stato a lungo considerato un messaggero di sventura e abbia ricevuto un nome scientifico carico di riferimenti alla morte.
Un nome dal mondo dei morti
Linneo la descrisse nel 1758 con il nome di Sphinx atropos, e in seguito l'insetto fu collocato nel genere Acherontia, oggi in uso. Entrambi i nomi rimandano alla mitologia greca. Atropo è una delle tre Moire, già nominate da Esiodo nella Teogonia accanto a Cloto e Lachesi: è colei che recide il filo della vita e che non si può volgere indietro, come indica il suo stesso nome.
Acheronte è invece uno dei fiumi del mondo infero, attraversato dalle anime dei defunti secondo la tradizione greca e poi dantesca. I naturalisti che battezzarono l'insetto conoscevano bene i classici e ne scelsero i nomi in base al disegno del torace: un teschio non poteva che richiamare la morte, il destino e il viaggio verso l'aldilà.
Un insetto che parla e ruba il miele
Ad accrescere la fama sinistra della falena contribuiscono due abitudini insolite. La prima è il verso: l'adulto produce un suono stridulo spingendo l'aria attraverso la faringe, un fenomeno raro tra le falene che i naturalisti studiarono a lungo. In una cultura che leggeva i segni della natura come messaggi, un insetto con un teschio sul dorso che sembrava lamentarsi nella notte suscitava inevitabilmente timore.
La seconda abitudine riguarda le api. La sfinge testa di morto entra negli alveari per nutrirsi di miele, spesso senza essere respinta dalle api, un comportamento che i biologi spiegano in parte con l'odore della sua cuticola. I bruchi, grandi e vistosi, vivono su piante come la patata e altre solanacee, e la specie arriva ogni estate in Europa grazie a migrazioni dall'Africa.
Dal presagio alla letteratura
Nelle campagne europee la comparsa di questa falena in casa era spesso interpretata come un cattivo presagio, talvolta come l'annuncio di una malattia o di un lutto. Il nome popolare, simile in molte lingue, fissava il legame con il teschio: in inglese death's-head hawkmoth, in tedesco Totenkopfschwärmer, in francese sphinx tête de mort.
La letteratura romantica raccolse l'immagine. John Keats, nella Ode on Melancholy del 1819, invita a non lasciare che la falena della morte diventi la propria «mournful Psyche», la propria anima dolente. Il verso gioca sul doppio significato del greco psyche, che indicava sia l'anima sia la farfalla. Nel Novecento il cinema e i manifesti ne hanno rinnovato la fama come icona del perturbante.
La sfinge testa di morto mostra come la natura possa offrire, quasi per caso, un simbolo già pronto. Un disegno sul torace, un suono insolito e un'abitudine curiosa sono bastati a fare di un insetto migratore un emblema della mortalità. Oggi la si osserva con occhi diversi, come una delle falene più affascinanti d'Europa, ma il suo nome continua a raccontare la storia delle paure che ispirò.
