Il serpente nelle credenze popolari italiane, dai Marsi a Cocullo
I Marsi e la dea Angizia, i serpenti dei larari di Pompei, la biscia di casa e la festa dei serpari di Cocullo: il serpente nella tradizione italiana.
Il serpente è forse l'animale più carico di significati opposti nella cultura europea. La tradizione biblica ne ha fatto il tentatore dell'Eden, ma il mondo antico lo venerava come custode della casa, simbolo di guarigione e di rinnovamento. In Italia queste due eredità si sono intrecciate in modo particolare, dando vita a credenze popolari, culti locali e feste che sopravvivono ancora oggi, soprattutto nelle regioni dell'Appennino centrale e del Mezzogiorno.
I Marsi e la dea Angizia
Gli antichi conoscevano i Marsi, popolo dell'attuale Abruzzo stanziato intorno al lago Fucino, come incantatori di serpenti. Plinio il Vecchio riferisce la tradizione secondo cui discendevano da un figlio di Circe e avevano per natura un potere sui rettili. Virgilio, nel settimo libro dell'Eneide, presenta il sacerdote marso Umbrone, capace di addormentare le vipere con il canto e con il tocco.
Ai Marsi era legato il culto della dea Angizia, il cui bosco sacro, il lucus Angitiae, sorgeva sulle rive del Fucino, presso l'attuale Luco dei Marsi. Il nome della dea veniva collegato dagli antichi al dominio sui serpenti. Questa antica reputazione regionale è uno degli sfondi su cui gli studiosi hanno letto le tradizioni successive della zona.
Il serpente custode della casa
Nel mondo romano il serpente era anche un protettore. Nei larari di Pompei, gli altarini domestici dipinti sulle pareti, compaiono spesso uno o due serpenti accanto a un altare, interpretati come immagini del genio del luogo, lo spirito tutelare della casa e dei suoi abitanti. Il serpente era dunque una presenza benevola, legata alla continuità della famiglia.
Una traccia di questa idea sopravvisse a lungo nelle campagne italiane, dove in molte zone si riteneva che una biscia vivesse nelle case o nelle stalle come custode, e che ucciderla portasse sventura. Altrettanto diffusa era la credenza, del tutto priva di fondamento, che i serpenti succhiassero il latte delle mucche o delle donne che allattavano, un racconto che esprime la paura per una risorsa preziosa e fragile.
San Paolo, i sanpaolari e i serpari di Cocullo
Con il cristianesimo il potere sui serpenti passò ai santi. Secondo gli Atti degli apostoli, san Paolo, naufragato a Malta, fu morso da una vipera senza subirne danno. In Puglia e in Sicilia nacque la figura dei sanpaolari o ciaraulari, persone che si dicevano protette dal santo e capaci di trattare con serpenti e ragni, una tradizione collegata anche al tarantismo.
A Cocullo, in Abruzzo, si celebra ogni anno la festa di san Domenico abate, monaco vissuto tra il X e l'XI secolo, venerato come protettore dai morsi dei serpenti e dal mal di denti. I serpari raccolgono in primavera serpenti non velenosi, come cervoni e bisce, che vengono posti sulla statua del santo durante la processione, oggi il primo maggio, e poi restituiti alla natura.
Le credenze italiane sul serpente mostrano una continuità sorprendente tra antichità e tradizione popolare. Il tentatore biblico convive con il genio domestico dei Romani, e il santo cristiano eredita il ruolo degli antichi incantatori. Più che una sola immagine, il serpente rappresenta in Italia un intreccio di paure e protezioni, di veleno e di cura, che le comunità hanno saputo trasformare in rito e memoria.
