Il gallo e il suo canto: araldo del giorno e nemico delle tenebre
Il gallo di Socrate e quello di Pietro, i polli sacri di Roma, Prudenzio, il gallo di Ramperto a Brescia e Amleto: il canto che scaccia la notte.
Il canto del gallo divide la notte dal giorno, e proprio per questo l'animale è diventato in molte culture un simbolo del confine tra le tenebre e la luce. Nella tradizione europea il suo grido annunciava l'alba, metteva in fuga gli spiriti notturni e richiamava i fedeli alla vigilanza. Ma un canto fuori tempo poteva anche essere letto come presagio. Le fonti antiche, cristiane e letterarie permettono di seguire con precisione questa lunga storia simbolica.
Dal gallo di Socrate ai polli sacri
Nel Fedone di Platone, Socrate, ormai vicino alla morte dopo aver bevuto la cicuta, ricorda a Critone che si deve un gallo ad Asclepio, il dio della medicina. Le parole sono state interpretate in molti modi, talvolta come un ringraziamento per la guarigione dalla malattia della vita. Il gallo era infatti un'offerta tradizionale al dio guaritore.
A Roma i polli sacri avevano un ruolo nella divinazione: il modo in cui beccavano il cibo veniva osservato dai pullarii prima delle battaglie. Cicerone, nel De natura deorum, ricorda il console Publio Claudio Pulcro che nel 249 a.C., a Drepano, irritato perché i polli non mangiavano, li fece gettare in mare «ut biberent», perché bevessero. La sua flotta fu poi sconfitta, e l'episodio divenne un esempio di empietà punita.
L'araldo del giorno nella tradizione cristiana
Nei Vangeli il gallo canta dopo il triplice rinnegamento di Pietro, e da allora divenne il simbolo del pentimento e della vigilanza. I poeti cristiani ne fecero un'immagine di Cristo che risveglia le anime: Prudenzio, alla fine del IV secolo, apre il primo inno del Cathemerinon chiamandolo «ales diei nuntius», uccello messaggero del giorno, e già Ambrogio lo celebrava nei suoi inni del mattino.
Da questa simbologia derivano i galli posti sui campanili. Uno dei più antichi conservati è il gallo di Ramperto, segnavento in rame dorato legato al vescovo Ramperto di Brescia e datato al IX secolo, oggi esposto nel Museo di Santa Giulia. Sulla sommità della chiesa, il gallo ricordava ai fedeli di vegliare e di non cadere nella colpa di Pietro.
Il canto che scaccia gli spiriti
Una credenza molto diffusa voleva che gli spiriti della notte svanissero al canto del gallo. Shakespeare la raccoglie nell'Amleto, dove il fantasma del re scompare all'alba e Orazio definisce il gallo «the trumpet to the morn», la tromba del mattino. Già Lucrezio, nel De rerum natura, riferiva che persino i leoni non sopportano la vista e la voce del gallo.
Il canto fuori orario era invece guardato con sospetto. In molte zone d'Italia e d'Europa il gallo che cantava di notte, o la gallina che imitava il suo verso, erano considerati annunci di disgrazia, di morte o di cambiamento, e la loro presenza nel cortile veniva commentata con timore dai vicini. Il valore del segnale dipendeva dunque dal momento in cui veniva emesso.
Il gallo è un esempio chiaro di come un comportamento naturale possa trasformarsi in simbolo morale e religioso. Annunciando il giorno, l'animale diventa custode del confine tra il visibile e l'invisibile, tra la veglia e il sonno. Dal Fedone ai campanili medievali, fino al teatro elisabettiano, il suo canto ha accompagnato la riflessione europea sulla luce, sul tempo e sulla coscienza.
