Il caprone e il sabba: un'immagine dalla miniatura a Goya
Dal capro espiatorio del Levitico alla vauderie di Arras, da Baldung Grien e Dürer ai dipinti di Goya: come il caprone divenne il volto del sabba.
Quando si pensa al sabba delle streghe, l'immagine che affiora quasi sempre è quella di un grande caprone nero al centro di un cerchio di figure notturne. Questa rappresentazione non nacque da un giorno all'altro: è il risultato di una lunga stratificazione di simboli biblici, eredità classiche, trattati demonologici e opere d'arte. Seguire la storia del caprone permette di osservare come un'iconografia possa costruire, quasi da sola, l'idea stessa di un rito mai documentato nella realtà.
Le radici bibliche e classiche
Nel Levitico il rito dell'espiazione prevede due capri: uno sacrificato e l'altro destinato ad Azazel e allontanato nel deserto, carico dei peccati del popolo. Da qui deriva l'espressione «capro espiatorio». Nel Vangelo di Matteo, inoltre, il giudice finale separa le pecore, poste alla destra, dai capri, posti alla sinistra, consolidando l'associazione tra l'animale e la condanna.
Il mondo greco aveva fornito un altro modello: Pan, dio delle selve con corna e zampe caprine, e i satiri del corteo dionisiaco, figure legate all'istinto, alla sessualità e alla natura selvaggia. Quando l'arte cristiana dovette dare un volto al diavolo, le corna, gli zoccoli e il pelo di queste divinità pagane offrirono un repertorio pronto e facilmente riconoscibile dai fedeli.
Il caprone nei trattati del Quattrocento
Nel corso del XV secolo, mentre prendeva forma il concetto di sabba, le accuse contro i presunti eretici e stregoni cominciarono a descrivere l'adorazione di un capro. Nei processi di Arras del 1459 e 1460, legati alla cosiddetta vauderie, gli imputati furono accusati di riunirsi di notte per rendere omaggio al diavolo in forma animale.
Il trattato contro la vauderie attribuito al teologo Johannes Tinctoris ci è giunto in un manoscritto con una celebre miniatura, oggi alla Biblioteca nazionale di Francia, che mostra uomini e donne inginocchiati davanti a un capro e altri che volano su scope e bastoni. È una delle prime immagini compiute del sabba, e il capro vi occupa già il posto centrale.
Dalle incisioni del Cinquecento a Goya
Nel Cinquecento l'immagine si diffuse grazie alla stampa. Albrecht Dürer incise intorno al 1500 una strega che cavalca all'indietro un caprone, e nel 1510 Hans Baldung Grien realizzò una xilografia di streghe riunite attorno a un vaso fumante, con figure portate in volo da un capro. Nel 1608 il Compendium maleficarum di Francesco Maria Guazzo, stampato a Milano, accompagnò il testo con xilografie in cui il diavolo caprino presiede le riunioni.
Il culmine artistico è in Goya. Il dipinto noto come El aquelarre, del 1797-1798, conservato al Museo Lázaro Galdiano di Madrid, mostra un grande caprone circondato da donne che gli offrono bambini; il termine basco akelarre significa probabilmente «prato del caprone». Più di vent'anni dopo, tra le Pitture nere della sua casa, Goya tornò sul tema con una scena cupa, oggi al Prado, dominata da un caprone visto di spalle.
Nell'Ottocento Éliphas Lévi disegnò il Baphomet, una figura caprina alata destinata a enorme fortuna nell'occultismo moderno. Ma il caprone del sabba resta soprattutto una creazione dell'arte e della trattatistica: un'immagine nata per dare forma visibile alle paure religiose, che ha finito per sembrare la testimonianza di un rito reale, mentre i documenti mostrano soprattutto il peso delle accuse e delle confessioni estorte.
