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Animali nella tradizione magica · MAG · N. 015 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

La volpe tra bestiari, Renart e Machiavelli: l'astuzia ambigua

La volpe del Fisiologo che si finge morta, il Roman de Renart, il Guido da Montefeltro di Dante e il Principe di Machiavelli: storia di un simbolo astuto.

Nella cultura europea la volpe è l'animale dell'astuzia per eccellenza. A differenza del lupo, che rappresenta la forza brutale, la volpe vince con l'inganno, la pazienza e l'intelligenza. Questa qualità, ammirata e temuta insieme, le ha procurato una reputazione ambivalente: figura del diavolo nei bestiari medievali, eroina picaresca nei poemi satirici, modello politico nel Rinascimento. Le fonti permettono di seguire con precisione le tappe di questa lunga carriera simbolica.

Nel Cantico dei cantici si legge l'invito «prendeteci le volpi, le volpi piccoline» che devastano le vigne, immagine di ciò che rovina di nascosto i frutti dell'amore. I commentatori cristiani lessero questi animali come figure degli eretici e dei peccati che insidiano la Chiesa, consolidando un'associazione negativa destinata a durare nei secoli.

Il Fisiologo, testo greco di storia naturale moralizzata composto probabilmente ad Alessandria nei primi secoli dell'era cristiana, racconta che la volpe affamata si finge morta, trattenendo il respiro; quando gli uccelli si avvicinano per beccarla, li afferra e li divora. Il testo interpreta la volpe come immagine del diavolo, che inganna chi si avvicina alle sue opere. Il racconto passò nei bestiari medievali latini e volgari, spesso accompagnato da miniature.

Renart, l'eroe dell'inganno

Tra la fine del XII e il XIII secolo la volpe divenne protagonista di un ciclo letterario di enorme successo, il Roman de Renart, composto in francese antico da diversi autori, tra cui Pierre de Saint-Cloud. Renart, la volpe, beffa continuamente il lupo Isengrin e gli altri animali della corte del re Noble, il leone, in una satira pungente della società feudale e del clero.

Il successo fu tale che in francese il nome proprio renard sostituì l'antica parola goupil per indicare la volpe. Le storie di Renart furono tradotte e rielaborate in tutta Europa: la versione in basso tedesco Reinke de Vos fu stampata a Lubecca nel 1498, e Goethe ne trasse il poema Reineke Fuchs nel 1794. La volpe diventava così un eroe ambiguo, simpatico e insieme moralmente discutibile.

Da Dante a Machiavelli

Dante usa la volpe come simbolo della frode. Nel canto XXVII dell'Inferno Guido da Montefeltro, condannato tra i consiglieri fraudolenti, confessa che le sue opere «non furon leonine, ma di volpe». L'opposizione tra leone e volpe, cioè tra forza e astuzia, è già tutta presente, ma il giudizio del poeta è severo: l'astuzia separata dalla rettitudine porta alla dannazione.

Due secoli più tardi Machiavelli, nel capitolo XVIII del Principe, rovescia il giudizio morale e consiglia al sovrano di essere «golpe a conoscere e' lacci, e lione a sbigottire e' lupi». La volpe diventa qui un modello politico: chi governa deve saper riconoscere le trappole, perché la sola forza non basta. L'immagine ebbe una fortuna immensa nel pensiero politico europeo.

La volpe attraversa la cultura europea come un simbolo sempre in bilico tra ammirazione e condanna. Diavolo che inganna, eroe che sbeffeggia i potenti, consigliere del principe: in ogni epoca l'animale ha dato volto a una riflessione sull'intelligenza e sui suoi usi. Più che un animale del malaugurio, la volpe è lo specchio di quanto gli uomini temano, e insieme desiderino, l'astuzia.