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Animali sacri · SAC · N. 001 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il gatto nell'antico Egitto e la dea Bastet di Bubastis

Dalla leonessa alla gatta: la storia di Bastet, del santuario di Bubastis e del rispetto che gli antichi Egizi riservavano ai loro gatti.

Pochi animali hanno avuto nell'antichità un prestigio paragonabile a quello del gatto in Egitto. Arrivato nelle case dei contadini probabilmente come cacciatore di topi e serpenti attorno ai granai, il felino divenne col tempo immagine di una divinità, oggetto di feste affollate e protagonista di vaste necropoli animali. Seguire la sua storia significa attraversare quasi tremila anni di religione egizia, dalle prime raffigurazioni domestiche fino alle testimonianze degli autori greci e romani.

Da leonessa a gatta

Bastet compare già nell'Antico Regno, ma nelle sue prime immagini ha l'aspetto di una leonessa o di una donna con testa leonina, molto vicina alla temibile Sekhmet. Solo nel primo millennio a.C. prevale la forma della gatta, o della donna con testa felina che regge un sistro e un piccolo cesto. I teologi egizi tendevano a vedere nelle due dee due volti della stessa forza: la furia distruttrice da un lato, la protezione domestica dall'altro.

Il gatto aveva anche un ruolo cosmico. In alcuni testi funerari, tra cui il capitolo 17 del Libro dei Morti, il dio solare assume la forma di un grande gatto che, presso l'albero sacro di Eliopoli, uccide il serpente del caos. Bastet stessa era detta figlia di Ra e talvolta associata al suo occhio, cioè alla potenza vigile che allontana i nemici del sole.

Bubastis e la festa descritta da Erodoto

Il centro del culto era Bubastis, oggi Tell Basta, nel Delta orientale, il cui nome egizio Per-Bastet significa «casa di Bastet». La città conobbe il suo momento di maggiore importanza con la XXII dinastia, di origine libica, che vi ebbe la propria residenza. Del grande tempio restano blocchi di granito rosso e fondazioni, scavati alla fine dell'Ottocento dallo svizzero Édouard Naville.

Nel V secolo a.C. Erodoto, nel secondo libro delle Storie, descrisse la festa di Bubastis come una delle più frequentate d'Egitto: uomini e donne arrivavano in barca lungo il Nilo, tra canti, musica e grandi quantità di vino. Lo storico greco, che identificava Bastet con Artemide, riferisce anche che nelle famiglie colpite dalla morte di un gatto i membri della casa si radevano le sopracciglia in segno di lutto.

Mummie, amuleti e leggi non scritte

La devozione popolare si espresse soprattutto nelle offerte votive. Nelle necropoli di Bubastis, di Saqqara e di Beni Hasan sono stati trovati gatti mummificati in quantità enormi, spesso avvolti in bende disposte a motivi geometrici e talvolta chiusi in sarcofagi di legno o di bronzo. Gli studi radiologici hanno mostrato che molti animali erano giovani, il che fa pensare ad allevamenti legati ai templi, destinati a fornire offerte ai pellegrini.

Diodoro Siculo, che visitò l'Egitto nel I secolo a.C., racconta di aver visto la folla linciare un romano che aveva ucciso un gatto per errore, nonostante l'intervento dei funzionari del re. L'episodio, forse amplificato, mostra quanto il rispetto per l'animale fosse radicato. Amuleti a forma di gatta, spesso con i cuccioli, accompagnavano invece la vita quotidiana come segni di protezione per la casa e per la maternità.

Il destino moderno delle mummie feline ricorda quanto quella sensibilità si fosse perduta: alla fine dell'Ottocento migliaia di esemplari provenienti da Beni Hasan furono spediti in Inghilterra e venduti come fertilizzante. Ciò che sopravvive nei musei, dalle statuette di bronzo del Periodo Tardo ai piccoli sarcofagi dipinti, permette però ancora di cogliere l'idea egizia del gatto come presenza domestica e insieme riflesso di un ordine divino.