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Bestiari medievali · MED · N. 012 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

L'aspide sorda: il serpente che si tappa le orecchie

Dal Salmo 57 a Isidoro e ai bestiari: l'aspide che preme un orecchio a terra e chiude l'altro con la coda, simbolo di chi rifiuta la parola.

Tra i serpenti dei bestiari, l'aspide occupa un posto particolare. Non è ricordato tanto per il suo veleno, pur temutissimo, quanto per un comportamento bizzarro: quando l'incantatore cerca di stanarlo con le sue formule, si chiude le orecchie per non udirle. L'immagine, di origine biblica, divenne nel Medioevo il simbolo di chi rifiuta ostinatamente di ascoltare la parola di Dio, e passò dai commenti dei Padri ai bestiari, alle prediche e alle sculture delle chiese.

Un versetto dei Salmi

Tutto parte dal Salmo 57 secondo la numerazione della Vulgata, dove i peccatori sono paragonati a un serpente: «sicut aspidis surdae et obturantis aures suas», come l'aspide sorda che si tura le orecchie e non ascolta la voce degli incantatori. Agostino, nelle Esposizioni sui Salmi, commentò il passo applicandolo a chi, per non dover cambiare vita, si rende volontariamente sordo agli ammonimenti. L'ostinazione dell'aspide diventava così figura di un peccato dello spirito.

La pratica dell'incantatore di serpenti era ben nota nel mondo antico mediterraneo, e il salmista poteva contare su un'immagine familiare ai suoi lettori. Nella tradizione successiva, il dettaglio di come l'animale riuscisse a turarsi le orecchie richiese però una spiegazione, che fu fornita dagli enciclopedisti. Il versetto, inoltre, era molto noto perché recitato nell'ufficio monastico.

Un orecchio a terra, l'altro sotto la coda

Isidoro di Siviglia, nel libro XII delle Etymologiae, descrive il gesto con precisione. Quando l'aspide sente l'incantatore che vuole farla uscire dalla tana, preme un orecchio contro il suolo e chiude l'altro con la punta della coda, così da non udire le parole magiche. Questa versione passò nei bestiari, e i miniatori la rappresentarono con evidente piacere: un serpente arrotolato, la testa schiacciata a terra e la coda sollevata a coprire l'orecchio.

Nei bestiari l'interpretazione si fa esplicita. L'aspide rappresenta gli uomini di questo mondo che, per non rinunciare ai piaceri terreni, tengono un orecchio rivolto alla terra, cioè ai desideri materiali, e chiudono l'altro con la coda, cioè con il peccato. Così non possono udire la voce che li chiama alla conversione. La morale aveva il pregio di essere visualizzabile, e molti predicatori la usarono nei loro sermoni.

Altre aspidi, altri significati

L'aspide compare anche in un altro passo biblico di grande fortuna iconografica. Il Salmo 90 promette al giusto: «super aspidem et basiliscum ambulabis», camminerai sull'aspide e sul basilisco. Da qui nacque l'immagine di Cristo trionfante che calpesta le bestie del male, diffusa nell'arte carolingia, nelle sculture romaniche e sui portali gotici. In queste figure l'aspide non è più l'immagine del peccatore sordo, ma del male stesso vinto dal Salvatore.

Nel mondo antico l'aspide era anche il serpente legato alla morte di Cleopatra. Plutarco, nella Vita di Antonio, riferisce questa versione ma ammette onestamente che nessuno conosceva con certezza come la regina fosse morta. È un buon esempio di come la fama di un animale potesse nutrirsi di racconti diversi, storici e leggendari, intrecciati tra loro.

L'aspide che si tura le orecchie è uno dei casi in cui il bestiario non parte da una notizia naturalistica, ma da una metafora biblica, che gli enciclopedisti cercarono poi di spiegare come se fosse un fatto. Il percorso inverso rispetto al pellicano o al castoro conferma che, per l'uomo medievale, Scrittura e natura erano due libri da leggere insieme.