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Bestiari medievali · MED · N. 017 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il cervo nemico dei serpenti e assetato di acqua viva

Nei bestiari il cervo stana i serpenti col respiro e corre alla fonte: dal Salmo 41 ai mosaici di Ravenna, un simbolo del battesimo e della fede.

«Quemadmodum desiderat cervus ad fontes aquarum», come il cervo anela ai corsi d'acqua: l'inizio del Salmo 41 secondo la numerazione della Vulgata è una delle immagini più celebri della Bibbia, e ha fatto del cervo uno dei simboli più amati dell'arte cristiana. I bestiari medievali ne spiegarono il senso unendo il versetto a un'antica notizia naturalistica, secondo cui il cervo è il grande nemico dei serpenti. Da questo incontro nacque un ritratto ricco di significati, legato al battesimo, alla conversione e alla vittoria sul male.

Il respiro che stana i serpenti

Già Plinio il Vecchio riferiva che i cervi combattono i serpenti e li costringono a uscire dalle loro tane aspirandoli con il fiato. Isidoro di Siviglia riprende la notizia e la lega all'etimologia, oggi infondata, del nome cervus, che egli collega al greco kerata, le corna. I bestiari raccontano la scena in dettaglio: il cervo trova la fessura nella roccia dove si nasconde il serpente, vi riversa l'acqua o il respiro delle narici, lo trae fuori e lo uccide o lo divora.

Alcune versioni aggiungono un seguito. Dopo aver mangiato il serpente, il cervo sente il veleno bruciargli le viscere e corre alla fonte più vicina, dove beve a lungo fino a liberarsene. Questa seconda parte del racconto permetteva di collegare la notizia naturalistica al Salmo: l'animale che anela all'acqua è quello che ha combattuto il male e cerca il rimedio.

Dalla lotta alla fonte

L'interpretazione cristologica vede nel cervo Cristo stesso, che ha stanato e sconfitto il diavolo, l'antico serpente. Ma la lettura più diffusa riguarda il credente. Chi ha accolto in sé il veleno del peccato deve correre alla fonte della grazia, cioè ai sacramenti e alla Parola, per esserne purificato. Il versetto del Salmo era cantato durante la liturgia battesimale della veglia pasquale, e il cervo divenne così l'immagine del catecumeno che si avvicina al fonte.

Non sorprende che i cervi compaiano spesso nei battisteri e nelle decorazioni paleocristiane. Nel cosiddetto mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, del V secolo, due cervi si abbeverano a una fonte tra girali vegetali, in un mosaico che traduce in immagine proprio quel versetto. La stessa iconografia ricorre in molti mosaici pavimentali e sarcofagi dei primi secoli cristiani.

Altri tratti del cervo

I bestiari attribuiscono al cervo anche altre nature dal valore morale. Quando attraversano un fiume o un braccio di mare, i cervi nuotano in fila e ciascuno appoggia la testa sul dorso di quello che lo precede; quando il primo si stanca, passa in coda. È l'immagine della carità fraterna, in cui i forti sostengono i deboli. Si diceva inoltre che il cervo vivesse molto a lungo e rinnovasse la propria giovinezza mangiando serpenti e perdendo le corna.

La figura entrò infine nelle leggende dei santi. La tradizione racconta che sant'Eustachio, ufficiale romano ancora pagano, durante una caccia vide un cervo con un crocifisso luminoso tra le corna e si convertì. Più tardi una storia simile fu attribuita a sant'Uberto, il patrono dei cacciatori. Si tratta di racconti agiografici, ma testimoniano quanto il cervo fosse ormai associato a Cristo.

Il cervo dei bestiari riassume così molte delle funzioni del simbolo animale nel Medioevo. È figura di Cristo vincitore, modello del credente che cerca la grazia, immagine della solidarietà tra fratelli. E il gesto semplice di un animale che si china a bere a una fonte, visto in un mosaico di Ravenna, porta con sé secoli di meditazione sulla sete dell'anima.