La salamandra, l'animale che vive nel fuoco e lo spirito elementale
Da Aristotele e Plinio a Paracelso, dalla lana di salamandra all'emblema di Francesco I: come un piccolo anfibio divenne lo spirito del fuoco.
La salamandra reale è un piccolo anfibio dalla pelle umida, che ama i luoghi freschi e ombrosi. Eppure per oltre duemila anni la tradizione europea l'ha considerata la creatura del fuoco per eccellenza, capace di attraversare le fiamme senza danno o addirittura di spegnerle. Da questa credenza nacque, nel Rinascimento, la salamandra elementale, uno degli spiriti che secondo alcuni filosofi abitavano i quattro elementi della natura.
Le fonti antiche: un animale freddo
Aristotele, nella Storia degli animali, riferisce senza troppo impegno che la salamandra, a quanto si dice, spegne il fuoco camminandovi attraverso. Plinio il Vecchio sviluppa la notizia: la salamandra è così fredda che al contatto con le fiamme le estingue come farebbe il ghiaccio. In un altro passo della Storia naturale, però, lo stesso Plinio lascia trasparire qualche dubbio su questa credenza, che attribuisce in parte ai maghi.
L'origine della leggenda è forse più semplice di quanto sembri. Le salamandre trascorrono l'inverno nascoste sotto la corteccia o dentro tronchi in decomposizione. Quando quei ceppi venivano gettati nel focolare, gli animali uscivano di corsa dalle fiamme, dando l'impressione di essere nati nel fuoco. Il nome stesso, di origine greca, ha un'etimologia incerta, che alcuni studiosi fanno risalire a una lingua orientale.
Lana di salamandra e meraviglie medievali
Nel Medioevo la salamandra entrò nei bestiari come simbolo del giusto che attraversa il fuoco delle tentazioni senza bruciarsi, richiamando i tre giovani nella fornace del libro di Daniele. Allo stesso tempo si diffuse la notizia di un tessuto incombustibile, chiamato lana o pelle di salamandra, che si puliva gettandolo nel fuoco. La famosa Lettera del Prete Gianni, che circolò in Europa dal XII secolo, parla di vesti preziose ricavate da questi animali.
In realtà quella fibra era l'amianto, un minerale conosciuto fin dall'antichità per la sua resistenza al calore. Marco Polo, nel Milione, ne parla con chiarezza: spiega che la salamandra di cui si favoleggiava non era un animale, ma una sostanza estratta dalle montagne e lavorata come un filo. Pochi testi medievali mostrano con altrettanta lucidità il confine tra osservazione diretta e leggenda.
Paracelso e gli spiriti del fuoco
La trasformazione della salamandra in essere spirituale si deve soprattutto a Paracelso, medico e alchimista svizzero del primo Cinquecento. Nel suo Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris, pubblicato dopo la sua morte, descrisse quattro specie di creature, ciascuna legata a un elemento: le ninfe o ondine all'acqua, i silfi all'aria, i pigmei o gnomi alla terra e le salamandre al fuoco. Erano esseri simili agli uomini, ma privi di anima immortale.
Questa dottrina ebbe grande fortuna. Nel 1670 l'abate Montfaucon de Villars ne fece materia di un libro brillante e ironico, Il conte di Gabalis, che diffuse gli spiriti elementali nella cultura francese e inglese. Già prima il re Francesco I di Francia aveva scelto la salamandra tra le fiamme come proprio emblema, con il motto «Nutrisco et extinguo», «nutro e spengo», ancora visibile nei castelli di Chambord e di Fontainebleau.
Anche Benvenuto Cellini, nella sua Vita, racconta di aver visto da bambino una piccola salamandra muoversi tra le braci del focolare, e di aver ricevuto dal padre uno schiaffo perché non dimenticasse il prodigio. L'episodio riassume bene la fortuna di questa figura: un animale comune, osservato in circostanze insolite, che la fantasia trasforma nel segno di una realtà più alta, capace di vivere là dove ogni altra creatura perirebbe.
