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Creature fantastiche · FAB · N. 010 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

L'ippogrifo, il destriero alato nato dalla fantasia di Ariosto

Metà cavallo e metà grifone, l'ippogrifo nasce da un proverbio di Virgilio e prende vita nell'Orlando furioso: storia di un volo impossibile.

Fra le creature fantastiche l'ippogrifo è una delle più giovani, e insieme una delle poche di cui si conosca con precisione l'autore. Ha la parte anteriore di un grifone, con testa d'aquila, ali e zampe artigliate, e la parte posteriore di un cavallo. La sua fama si deve quasi interamente a Ludovico Ariosto, che lo rese protagonista di alcuni degli episodi più memorabili dell'Orlando furioso, pubblicato per la prima volta nel 1516 e nella versione definitiva nel 1532.

Un'unione impossibile: il proverbio di Virgilio

L'idea dell'ippogrifo ha radici in un verso di Virgilio. Nell'ottava ecloga un pastore, abbandonato dalla donna amata che sposa un rivale, esclama che ormai i grifoni si uniranno alle cavalle: «iungentur iam grypes equis». È un adynaton, cioè un'immagine di qualcosa di impossibile, come dire che il mondo va alla rovescia. La tradizione antica, infatti, considerava i grifoni nemici naturali dei cavalli.

Il commentatore tardoantico Servio, spiegando il passo, ricorda proprio questa ostilità tra grifoni e cavalli. Per secoli l'unione tra le due specie rimase dunque un'espressione proverbiale. Il nome stesso, ippogrifo, è un composto formato dal greco híppos, «cavallo», e da grifo. Prima di Ariosto la creatura non aveva una vera storia, né un ruolo stabile nelle leggende cavalleresche o nei bestiari.

L'ippogrifo nell'Orlando furioso

Ariosto trasforma l'impossibile in naturale. Nel quarto canto del poema precisa che il destriero non è un'illusione magica: «non è finto il destrier, ma naturale, / ch'una giumenta generò d'un grifo». Lo cavalca dapprima il mago Atlante, che con il suo aiuto rapisce cavalieri e dame e li rinchiude in un castello d'acciaio sui Pirenei. Quando Bradamante vince il mago, l'ippogrifo rimane libero e finisce per accogliere in sella Ruggiero.

L'animale, però, non obbedisce volentieri. Appena Ruggiero lo monta, l'ippogrifo lo porta via attraverso il cielo fino all'isola della maga Alcina, lontanissima, oltre le terre conosciute. Più avanti Ruggiero impara a guidarlo con un freno, e in sella all'ippogrifo libera Angelica, esposta a un mostro marino sull'isola di Ebuda. È una scena che richiama in modo evidente il mito di Perseo che salva Andromeda.

Il volo di Astolfo

L'ippogrifo passa infine al paladino inglese Astolfo, che compie con lui il viaggio più ardito. Sorvola l'Europa e l'Africa, giunge in Etiopia e libera il re Senapo dalle Arpie, poi sale fino al Paradiso terrestre, sulla vetta di un monte altissimo. Lì incontra l'evangelista Giovanni, che lo accompagna sulla Luna con il carro di Elia, dove si trovano tutte le cose perdute sulla terra, compreso il senno di Orlando.

Alla fine Astolfo restituisce all'ippogrifo la libertà, lasciandolo tornare alla sua natura selvaggia. Nel poema l'animale incarna il desiderio di superare ogni limite, ma anche il carattere capriccioso della fantasia, che non sempre si lascia governare. Le illustrazioni del Furioso realizzate da Gustave Doré nell'Ottocento diedero alla creatura un aspetto potente e drammatico, che ha influenzato molte raffigurazioni successive.

L'ippogrifo dimostra che il bestiario fantastico non è un repertorio chiuso. Anche in età moderna un poeta poteva inventare una creatura e renderla credibile, purché la radicasse in una tradizione precedente. Nato da un proverbio sull'impossibile, il cavallo-grifone è diventato il simbolo stesso del volo della poesia, capace di portare il lettore fino alla Luna e di riportarlo indietro.