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Creature fantastiche · FAB · N. 015 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

L'uroboro, il serpente che si morde la coda dall'Egitto all'alchimia

Il serpente che divora la propria coda, dalle tombe egizie alla Crisopea di Cleopatra, da Orapollo a Jörmungandr: storia di un simbolo dell'eterno.

Un serpente disposto in cerchio, che stringe tra le fauci l'estremità della propria coda: poche immagini sono altrettanto semplici e altrettanto ricche di significati. I Greci la chiamarono ouroborós, «che divora la coda», e in italiano si dice uroboro. Non si tratta di una creatura con una storia o un mito precisi, ma di un simbolo che attraversa culture diverse, dall'Egitto faraonico all'alchimia, e che esprime l'idea di un ciclo senza inizio né fine.

Le origini egizie

Una delle attestazioni più antiche si trova nella tomba di Tutankhamon, il faraone morto intorno al 1323 a.C. Su uno dei tabernacoli dorati che racchiudevano il sarcofago è raffigurata una grande figura mummiforme, la cui testa e i cui piedi sono circondati da due serpenti che si mordono la coda. La scena appartiene a un testo funerario noto come Libro enigmatico dell'oltretomba e sembra alludere alla rigenerazione del sole durante il suo viaggio notturno.

Nella religione egizia il serpente Mehen avvolgeva con le sue spire il dio sole nella barca notturna, proteggendolo dalle forze del caos. In epoca più tarda il serpente circolare divenne un'immagine del mondo e del tempo. Orapollo, autore di un trattato greco sui geroglifici giunto a noi dalla tarda antichità, afferma che gli Egizi rappresentavano l'universo con un serpente dalle squame variopinte che si divora la coda.

Uno è il Tutto: l'uroboro alchemico

Furono gli alchimisti greco-egizi a fare dell'uroboro un emblema centrale. In un manoscritto bizantino conservato a Venezia, il codice Marciano greco 299, compare un foglio noto come Crisopea di Cleopatra, cioè «fabbricazione dell'oro», attribuito a un'alchimista di nome Cleopatra di cui sappiamo pochissimo. Vi si vede un serpente circolare che racchiude le parole greche hen to pan, «uno il tutto».

Per gli alchimisti l'immagine esprimeva l'unità della materia e il processo circolare dell'opera, in cui le sostanze si dissolvono e si ricompongono continuamente. Il serpente che si nutre di sé stesso indicava una trasformazione che non ha bisogno di nulla dall'esterno. L'uroboro tornò con forza nei trattati illustrati del Cinque e del Seicento, talvolta raddoppiato in due draghi, uno alato e uno senza ali, che si mordono a vicenda la coda.

Il serpente del mondo e altre interpretazioni

Un'immagine simile appartiene alla mitologia norrena. Jörmungandr, il serpente di Midgard, figlio del dio Loki, fu gettato da Odino nell'oceano che circonda la terra abitata, e crebbe tanto da cingere il mondo intero e mordersi la coda. Secondo l'Edda in prosa di Snorri Sturluson, durante il Ragnarök il serpente uscirà dal mare e combatterà contro Thor, e i due si daranno la morte a vicenda.

L'uroboro compare anche su gemme magiche di epoca romana e in alcuni testi gnostici, dove talvolta il serpente circonda figure divine o formule. Nell'Ottocento il chimico tedesco August Kekulé raccontò, molti anni dopo i fatti, di aver intuito la struttura ad anello del benzene sognando un serpente che si mordeva la coda. Il racconto, pronunciato in un discorso del 1890, è celebre, anche se alcuni storici della scienza ne hanno discusso l'attendibilità.

Il fascino dell'uroboro sta nella sua capacità di dire molte cose con un solo segno: l'eternità, il ritorno delle stagioni, l'unità degli opposti, la vita che si nutre della morte. A differenza delle altre creature fantastiche non ha bisogno di un racconto. È una forma che si chiude su sé stessa e che, proprio per questo, continua a suggerire la presenza di un ordine profondo dietro il mutamento delle cose.