Cerbero, il cane a tre teste che custodisce l'Ade
Cerbero da Esiodo a Virgilio e Dante: il guardiano dell'oltretomba, l'ultima fatica di Eracle, il canto di Orfeo e la focaccia della Sibilla.
All'ingresso del regno dei morti, secondo i Greci, vegliava un cane gigantesco. Il suo compito non era tanto impedire alle anime di entrare, quanto impedire loro di uscire, e tenere lontani i vivi che tentassero di varcare la soglia. Cerbero, in greco Kérberos, è diventato nei secoli il prototipo del guardiano severo, tanto che il suo nome si usa ancora oggi per indicare una persona inflessibile e poco accomodante.
Le teste di Cerbero
Omero conosce il «cane di Ade» ma non lo chiama per nome. Il primo a farlo è Esiodo, che nella Teogonia lo descrive come figlio di Tifone ed Echidna, divoratore di carne cruda, dalla voce di bronzo e con cinquanta teste. Più avanti nel poema racconta che il cane infernale accoglie scodinzolando chi entra, ma divora chi cerca di uscire. È un'immagine precisa della morte, facile da raggiungere e impossibile da lasciare.
Nell'arte e nella letteratura successive prevalse la versione a tre teste, anche se alcuni autori parlano di cento teste e i pittori di vasi lo raffigurarono talvolta con due soltanto. Spesso ha una coda di serpente e serpenti che spuntano dal dorso o dal collo. La tradizione posteriore lo colloca sulla riva dello Stige o dell'Acheronte, presso il punto in cui il traghettatore Caronte fa sbarcare le anime.
Eracle, Orfeo e la Sibilla
La dodicesima e ultima fatica di Eracle consisteva nel portare Cerbero sulla terra. Secondo Apollodoro, Ade acconsentì a patto che l'eroe lo domasse senza usare armi, ed Eracle lo vinse stringendolo con le braccia, protetto dalla pelle del leone di Nemea. Dopo averlo mostrato a Euristeo, lo riportò negli inferi. Ovidio racconta nelle Metamorfosi che dalla bava del cane, caduta a terra durante il viaggio, nacque il velenoso aconito.
Altri due personaggi riuscirono a superare Cerbero senza combattere. Orfeo, sceso a cercare Euridice, lo incantò con la musica della lira. Nell'Eneide, invece, la Sibilla che guida Enea nell'oltretomba getta al cane una focaccia addolcita con il miele e resa soporifera; Cerbero la divora con le sue tre gole affamate e si addormenta, lasciando passare i due. Virgilio lo descrive mentre fa risuonare quei regni con il suo latrato a tre fauci.
Il Cerbero di Dante
Dante colloca Cerbero nel terzo cerchio dell'Inferno, dove sono puniti i golosi sotto una pioggia eterna, fredda e greve. Lo chiama «fiera crudele e diversa» e lo descrive con tre gole, occhi vermigli, barba unta e nera, ventre largo e mani artigliate con cui graffia e squarta i dannati. Il cane mitologico diventa così un'immagine della stessa ingordigia che punisce, un demonio dalle fattezze in parte umane.
Come la Sibilla virgiliana, anche Virgilio, guida di Dante, placa il mostro con un gesto semplice: prende una manciata di terra e la getta nelle sue gole bramose. Cerbero si acquieta come un cane che, ottenuto il cibo, pensa solo a divorarlo. Il poeta trasforma così un episodio dell'Eneide in una scena di grande efficacia, che unisce la memoria classica alla riflessione morale cristiana.
Cerbero rappresenta il confine invalicabile tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Gli eroi che lo superano, con la forza, con la musica o con l'astuzia, dimostrano di possedere qualità eccezionali, ma nessuno di loro abolisce la regola che il cane custodisce. Per questo la sua figura è sopravvissuta così a lungo: dà un volto alla soglia che ogni uomo, prima o poi, deve attraversare.
