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Creature fantastiche · FAB · N. 014 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

La manticora, la belva indiana che si nutriva di carne umana

Volto umano, corpo di leone, coda di scorpione: la manticora da Ctesia e Aristotele a Plinio, Pausania e i bestiari medievali e rinascimentali.

Fra le bestie che i Greci collocavano ai confini del mondo, la manticora è forse la più inquietante. Ha il volto di un uomo, il corpo di un leone dal pelo rossastro e una coda armata di aculei, come quella di uno scorpione. Il suo nome, nella forma più antica martichóras, viene comunemente spiegato con un termine persiano che significa «mangiatore di uomini». Come l'unicorno, la manticora giunse in Occidente attraverso i racconti greci sull'India.

Ctesia e lo scetticismo di Aristotele

La prima descrizione si deve ancora una volta a Ctesia di Cnido, il medico greco vissuto alla corte persiana tra la fine del V e l'inizio del IV secolo a.C. La sua opera sull'India è perduta, ma ne conosciamo il contenuto grazie a un riassunto redatto nel IX secolo dal patriarca bizantino Fozio. Ctesia parlava di una belva grande come un leone, con tre file di denti, orecchie e occhi simili a quelli umani e una coda capace di scagliare pungiglioni a distanza.

Aristotele riprende la notizia nella Storia degli animali, ma con una cautela significativa: precisa che la riferisce «se si deve credere a Ctesia». Il filosofo, attento all'osservazione diretta, considerava il medico di Cnido un testimone poco affidabile. Questo scetticismo, tuttavia, non impedì alla manticora di sopravvivere: il prestigio di Aristotele fece anzi circolare il nome della bestia anche presso i lettori dei secoli successivi.

Plinio, Pausania e la tigre

Plinio il Vecchio, nell'ottavo libro della Storia naturale, riferisce sulla scorta di Ctesia che la manticora nasce presso gli Etiopi e aggiunge particolari memorabili. Ha occhi glauchi e colore sanguigno, una voce che somiglia insieme al suono di un flauto di Pan e di una tromba, e una grande velocità nella corsa. Soprattutto, è avidissima di carne umana. In questo modo la creatura passò dall'India all'Africa, seguendo la geografia incerta del meraviglioso antico.

Già nell'antichità qualcuno propose una spiegazione razionale. Il viaggiatore Pausania, nel II secolo d.C., scrisse di essere convinto che la bestia descritta da Ctesia fosse in realtà la tigre, deformata dalla paura degli Indiani. Le tre file di denti e il pungiglione sarebbero esagerazioni di chi aveva visto da lontano un grande felino feroce. È un'ipotesi che anche molti studiosi moderni considerano plausibile.

Bestiari, incisioni e tentazioni

Nel Medioevo la manticora entrò nei bestiari, dove la si vede con un volto umano, talvolta barbuto o coperto da un copricapo, e con la coda irta di spine. Alcune miniature la mostrano mentre divora un arto umano. I commentatori la interpretarono come immagine del diavolo o della falsa apparenza: un viso umano che nasconde una natura bestiale e crudele.

Nel 1607 l'inglese Edward Topsell la incluse nella sua Storia degli animali quadrupedi, con un'incisione che ebbe lunga fortuna. Nel XIX secolo Gustave Flaubert la fece parlare nella Tentazione di sant'Antonio, pubblicata nel 1874, dove la martichoras sfila tra i mostri che tormentano l'eremita, vantandosi del colore scarlatto del suo pelo, delle sue tre file di denti e degli aculei che scaglia lontano.

La manticora mostra come il mondo antico costruiva i suoi mostri: unendo testimonianze di viaggiatori, paure diffuse e parti di animali reali. Ciò che la rende memorabile è il volto umano, che la avvicina all'uomo proprio mentre la sua natura lo minaccia. In questo contrasto i lettori di ogni epoca hanno visto riflessa un'antica inquietudine: il sospetto che la ferocia possa nascondersi dietro tratti familiari.