Il Cigno: Zeus, Leda e la grande croce della Via Lattea
Zeus trasformato in cigno per sedurre Leda, il pianto di Cicno per Fetonte, la stella Deneb e la Croce del Nord: miti della costellazione del Cigno.
Nelle notti d'estate, lungo il fiume chiaro della Via Lattea, si distende una grande figura a forma di croce. Le sue ali sono aperte, il collo è proteso verso sud e la coda è segnata da una stella brillante. È il Cigno, che i Greci chiamavano semplicemente Ornis, «l'uccello», e che solo più tardi fu identificato con il candido animale caro ad Apollo e ad Afrodite. Attorno a lui la mitologia ha intrecciato più storie, tutte legate alla metamorfosi.
Zeus e Leda
La versione più celebre attribuisce la costellazione a uno degli amori di Zeus. Il dio si invaghì di Leda, moglie di Tindaro, re di Sparta, e per avvicinarla prese l'aspetto di un cigno. Secondo il mito, Leda depose uno o due uova, da cui nacquero Elena, Clitennestra e i gemelli Castore e Polluce, detti Dioscuri. Le fonti antiche discutono su quali di questi figli fossero di Zeus e quali di Tindaro.
Un'altra tradizione, nota già ai poemi del ciclo epico, racconta che Zeus inseguì Nemesi, dea della giusta punizione, che si trasformava in vari animali per sfuggirgli; quando lei divenne un'oca, il dio si fece cigno. L'uovo nato da quell'unione fu poi affidato a Leda. Il tema di Leda e il cigno ebbe enorme fortuna nell'arte: lo trattarono, tra gli altri, Leonardo da Vinci e Michelangelo, le cui opere ci sono note soprattutto attraverso copie.
Il dolore di Cicno
Ovidio, nelle Metamorfosi, propone un'origine diversa. Cicno, re dei Liguri e parente di Fetonte, vide il giovane precipitare nel fiume Eridano dopo aver perso il controllo del carro del Sole. Disperato, vagò lungo le rive piangendolo, finché gli dei lo trasformarono in un cigno. Memore del fuoco celeste che aveva ucciso l'amico, il nuovo uccello evitava il cielo e preferiva restare sull'acqua.
Altri autori ancora collegavano il Cigno a Orfeo, che dopo la morte sarebbe stato trasformato in questo uccello e posto in cielo accanto alla sua lira, la costellazione vicina. Il cigno era infatti, nella tradizione greca, un animale musicale: si credeva che cantasse in modo dolcissimo poco prima di morire, credenza che Platone ricorda nel Fedone e da cui deriva l'espressione «canto del cigno».
Deneb, Albireo e il triangolo estivo
La stella più brillante della costellazione è Deneb, nome che viene dall'arabo e significa «coda». Pur apparendo meno luminosa di altre, è una supergigante lontanissima, tra le stelle più luminose conosciute in termini assoluti. Alla testa del cigno si trova Albireo, che al telescopio si rivela una coppia di stelle di colori diversi, una dorata e una azzurra, tra le più ammirate dagli osservatori.
Deneb forma con Vega, nella Lira, e Altair, nell'Aquila, un grande triangolo ben visibile nelle sere estive, chiamato dagli astronomi moderni «triangolo estivo». Il disegno a croce della costellazione le ha valso anche il nome di Croce del Nord, in contrapposizione alla Croce del Sud visibile nell'altro emisfero. Nel 1627 Julius Schiller propose persino di rinominarla Croce di Sant'Elena, senza successo.
Il Cigno riunisce così storie di desiderio e storie di lutto: il dio che si trasforma per amare e l'amico che si trasforma per piangere. In entrambi i casi l'animale diventa il segno di un passaggio tra due nature, umana e divina, terrena e celeste. Ancora oggi, nelle notti d'estate, la sua sagoma sembra volare lungo la Via Lattea, come se seguisse il corso di un fiume.
