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Animali e astri · AST · N. 017 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il Dragone e Ladone, il serpente dei pomi d'oro delle Esperidi

Il serpente che custodiva i pomi d'oro delle Esperidi, la fatica di Eracle e Thuban, la stella del Drago che fu polare ai tempi delle piramidi.

Una lunga figura sinuosa si snoda nel cielo settentrionale tra le due Orse: la sua coda passa tra le stelle dell'Orsa Maggiore e della Minore e la sua testa, formata da un piccolo quadrilatero, si affaccia vicino a Ercole e alla Lira. È il Dragone, costellazione circumpolare che non tramonta mai alle nostre latitudini. I Greci vi riconoscevano il serpente guardiano per eccellenza, il custode di un tesoro che solo un eroe avrebbe potuto conquistare.

Il giardino ai confini del mondo

Il mito racconta che, alle nozze di Zeus ed Era, la Terra donò alla sposa alberi dai pomi d'oro. Era li fece piantare in un giardino all'estremo occidente del mondo, presso il monte su cui Atlante regge la volta celeste, e ne affidò la cura alle Esperidi, ninfe della sera. A guardia dell'albero pose un serpente che non dormiva mai, perché nessuno potesse rubare i frutti.

Già Esiodo, nella Teogonia, ricorda un terribile serpente che custodisce i pomi d'oro ai confini della terra, figlio delle divinità marine Forco e Ceto. Il nome Ladone compare in autori successivi, come Apollonio Rodio. Apollodoro lo dice invece figlio di Tifone ed Echidna e gli attribuisce cento teste, ciascuna capace di emettere voci diverse.

Eracle e i pomi d'oro

Procurarsi i pomi delle Esperidi fu una delle ultime fatiche imposte a Eracle da Euristeo. Le versioni divergono: secondo Apollodoro, l'eroe convinse Atlante a raccogliere i frutti per lui, sostenendo nel frattempo il cielo sulle proprie spalle; secondo altre fonti, Eracle uccise direttamente il serpente con le sue frecce. Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, racconta che gli Argonauti giunsero nel giardino il giorno dopo, trovando Ladone morto e le Esperidi in lacrime.

Era, secondo la tradizione, pose il serpente tra le stelle in ricordo della sua fedeltà. Accanto al Dragone si trova infatti la costellazione di Ercole, che i Greci chiamavano Engonasin, «l'inginocchiato»: una figura misteriosa, già in Arato priva di un'identità certa, raffigurata con un ginocchio a terra e un piede posato proprio sulla testa del drago, come a rappresentare la vittoria dell'eroe.

Il drago della Gigantomachia e la stella polare dimenticata

Un'altra tradizione, riportata da Igino, lega il Dragone alla guerra tra gli dei e i Giganti. Durante la battaglia un serpente fu lanciato contro Atena, che lo afferrò e lo scagliò in cielo, dove rimase attorcigliato attorno al polo come se fosse congelato. Le sue spire avvolgono effettivamente il polo dell'eclittica, il centro attorno al quale ruota lentamente l'asse terrestre.

Per effetto della precessione, nel III millennio a.C. la stella più vicina al polo nord celeste non era l'attuale Polare, ma Thuban, nella coda del Dragone. In quell'epoca in Egitto si costruivano le grandi piramidi, e alcuni studiosi hanno ipotizzato un legame tra l'orientamento di certi corridoi e questa stella, ipotesi tuttora discussa. Il nome Thuban deriva dall'arabo e significa semplicemente «serpente».

Il Dragone incarna la figura antichissima del guardiano: il serpente che non dorme, posto a difesa di ciò che è prezioso e proibito. Sconfitto da Eracle, ma reso eterno da Era, esso rappresenta l'ostacolo che l'eroe deve superare per raggiungere un frutto immortale. E la sua posizione attorno al polo lo rende, ancora oggi, una delle figure più costanti e vigili del cielo notturno.