L'elefante e Ganesha, il dio che rimuove gli ostacoli
Ganesha, il dio dalla testa d'elefante: i miti della sua nascita, i simboli, il Mahabharata, l'elefante Airavata e la festa di Ganesh Chaturthi.
In India l'elefante è da millenni simbolo di forza, regalità e saggezza. Era la cavalcatura dei re, compariva nelle processioni dei templi e negli eserciti, e il suo passo lento e sicuro suggeriva un potere che non ha bisogno di affrettarsi. La figura che più di ogni altra ha reso sacro questo animale è Ganesha, il dio dalla testa d'elefante, oggi tra le divinità più venerate dell'induismo.
Come Ganesha ebbe la testa d'elefante
I Purāṇa conservano diversi racconti sulla nascita di Ganesha. Nella versione più conosciuta, narrata nello Shiva Purāṇa, la dea Pārvatī plasma un figlio con la pasta usata per il suo bagno e lo mette a guardia della porta. Quando Shiva torna e il ragazzo gli impedisce di entrare, il dio, adirato, lo decapita. Per consolare Pārvatī, Shiva gli dona la testa del primo animale trovato, un elefante, e lo rende capo dei suoi seguaci.
Altri testi propongono versioni diverse: nel Brahmavaivarta Purāṇa, per esempio, la testa del bambino viene distrutta dallo sguardo del pianeta Śani. La varietà dei racconti è tipica della mitologia indiana, dove lo stesso evento può essere narrato in molti modi. Il nome Gaṇapati, «signore delle schiere», ricorda proprio il ruolo di capo dei gaṇa, le schiere al servizio di Shiva.
Il signore degli inizi
Ganesha è chiamato Vighneśvara, «signore degli ostacoli», perché la tradizione gli attribuisce il potere di porre e rimuovere gli impedimenti. Per questo viene invocato all'inizio di riti, viaggi, matrimoni, opere letterarie e imprese commerciali. La sua iconografia è ricca di dettagli: il ventre grande, una zanna spezzata, un piatto di dolci chiamati modaka e un piccolo topo come cavalcatura.
Il dio è anche patrono delle lettere. Secondo una tradizione molto diffusa, ma assente nell'edizione critica del poema, fu Ganesha a mettere per iscritto il Mahābhārata sotto dettatura del saggio Vyāsa, usando come stilo la propria zanna spezzata. Le immagini più antiche sicuramente identificabili come Ganesha risalgono all'incirca al IV-V secolo d.C., e il suo culto si diffuse poi anche nel Sud-est asiatico e in Giappone.
Elefanti divini e Ganesh Chaturthi
L'elefante sacro non si esaurisce in Ganesha. Airāvata, l'elefante bianco cavalcatura del dio Indra, emerse secondo il mito dal frullamento dell'oceano di latte, e otto elefanti cosmici, i diggaja, sostengono i punti cardinali. Nella tradizione buddhista la regina Māyā sognò un elefante bianco che entrava nel suo fianco prima di concepire il futuro Buddha, scena frequente nei rilievi di Bharhut e di Sanchi.
La festa principale del dio è Ganesh Chaturthi, che cade tra agosto e settembre. Nel 1893 a Pune il leader nazionalista Bal Gangadhar Tilak promosse la trasformazione della ricorrenza da celebrazione domestica in festa pubblica, con grandi statue esposte in padiglioni e poi immerse nelle acque. Ancora oggi, soprattutto nel Maharashtra, la festa richiama folle immense per una decina di giorni.
Il successo di Ganesha si spiega forse con la sua capacità di unire opposti: un corpo umano e una testa animale, la forza dell'elefante e la piccolezza del topo, l'aspetto benevolo e il potere di bloccare il cammino. Nell'immagine del dio elefante l'India ha espresso un'idea semplice e profonda: ogni impresa comincia riconoscendo gli ostacoli che la attendono.
