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Animali sacri · SAC · N. 005 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

L'aquila di Zeus e di Giove: messaggera, rapitrice, insegna di Roma

L'aquila, uccello di Zeus: presagi dell'Iliade, Prometeo e Ganimede, le aquile di Delfi, lo scettro di Olimpia e le insegne delle legioni.

Per i Greci l'aquila era semplicemente «l'uccello di Zeus». Volando più in alto di ogni altro animale e fissando, si credeva, il sole senza abbassare lo sguardo, sembrava fatta per stare accanto al signore del cielo e del fulmine. Da questa associazione nacquero miti, presagi, opere d'arte e infine uno dei simboli politici più duraturi d'Europa, passato da Olimpia alle legioni romane e poi agli imperi successivi.

Presagi e miti del cielo

Nell'Iliade l'aquila compare più volte come segno inviato da Zeus. Nel dodicesimo libro un'aquila che stringe tra gli artigli un serpente ancora vivo appare ai Troiani mentre assaltano il muro acheo, e Polidamante la interpreta come annuncio di sconfitta. Nell'ultimo libro, quando Priamo si prepara ad andare da Achille per riscattare il corpo di Ettore, il dio manda un'aquila sulla destra come segno favorevole.

Due miti mostrano l'aquila come strumento della volontà divina. Secondo Esiodo, nella Teogonia, un'aquila inviata da Zeus divorava ogni giorno il fegato di Prometeo incatenato, che si rigenerava durante la notte. In un racconto diverso, narrato tra gli altri da Ovidio nelle Metamorfosi, Zeus stesso prende la forma dell'aquila per rapire il giovane troiano Ganimede e farne il coppiere degli dèi sull'Olimpo.

Delfi, Olimpia e lo scettro del dio

Una tradizione riferita da Strabone e da altri autori racconta che Zeus liberò due aquile dalle estremità opposte della terra: esse si incontrarono a Delfi, che fu così riconosciuta come centro del mondo. Per questo l'omphalos, la pietra che segnava l'ombelico della terra nel santuario di Apollo, veniva talvolta rappresentato affiancato da due aquile, e la leggenda accompagnò per secoli il prestigio dell'oracolo.

Nella statua d'oro e d'avorio di Zeus a Olimpia, opera di Fidia e annoverata tra le sette meraviglie del mondo, il dio reggeva nella mano sinistra uno scettro sormontato da un'aquila, come ricorda Pausania nella sua descrizione del tempio. Anche le monete di Elide, la città che amministrava il santuario, mostrano spesso l'aquila, a volte nell'atto di ghermire una lepre o un serpente.

L'aquila delle legioni

A Roma l'aquila passò a Giove Capitolino e da lui all'esercito. Plinio il Vecchio, nella Storia naturale, ricorda che fu Gaio Mario, durante il suo secondo consolato nel 104 a.C., a stabilire l'aquila come unica insegna delle legioni, al posto di lupi, minotauri, cavalli e cinghiali usati in precedenza. L'aquilifero, il soldato che la portava, godeva di grande prestigio, e perderla in battaglia era una vergogna gravissima.

Il caso più celebre è quello delle tre aquile perdute nella selva di Teutoburgo nel 9 d.C., quando le legioni di Publio Quintilio Varo furono annientate. Il loro recupero divenne un obiettivo politico: Germanico ne riconquistò due negli anni seguenti, mentre la terza tornò solo sotto Claudio. Anche le insegne perdute da Crasso a Carre furono restituite dai Parti ad Augusto nel 20 a.C., evento celebrato sulla corazza dell'Augusto di Prima Porta.

L'aquila ebbe infine un ruolo nei funerali degli imperatori. Cassio Dione ed Erodiano raccontano che, durante la cerimonia di divinizzazione, un'aquila veniva liberata dalla sommità del rogo, a rappresentare l'anima del sovrano che saliva tra gli dèi. Da qui il simbolo passò agli imperi bizantino e germanico e a molte casate europee, conservando fino all'età moderna quel legame tra cielo e potere che i Greci avevano attribuito all'uccello di Zeus.