Mitra e il toro: la tauroctonia nei misteri dell'Impero romano
La scena di Mitra che uccide il toro: origini del nome, simboli della tauroctonia, i sette gradi iniziatici e i mitrei di Roma, Ostia e Capua.
In centinaia di santuari sparsi tra Roma, il Reno e il Danubio si ripete la stessa scena: un giovane dio con il berretto frigio inginocchiato sul dorso di un toro, che volta il capo mentre gli affonda un pugnale nel collo. È la tauroctonia, l'immagine centrale del culto di Mitra, una religione misterica diffusa nell'Impero romano tra il I e il IV secolo d.C., di cui non possediamo quasi nessun testo interno.
Un nome antico, un culto nuovo
Il nome del dio è molto più antico del culto romano. Un Mitra compare negli inni vedici dell'India accanto a Varuṇa, e la coppia è invocata anche in un trattato del XIV secolo a.C. tra il re ittita Šuppiluliuma I e il regno di Mitanni. Nell'Iran zoroastriano Mithra è il garante dei patti e della luce, celebrato in un inno dell'Avesta, il Mihr Yasht.
Il belga Franz Cumont, alla fine dell'Ottocento, vide nel mitraismo romano una prosecuzione diretta della religione iranica. Oggi la maggior parte degli studiosi è più cauta: le fonti iraniche non conoscono l'uccisione del toro da parte di Mithra, e il culto romano appare piuttosto come una creazione nuova, nata probabilmente in ambiente militare e mercantile, che usava un nome orientale per conferirsi prestigio.
Leggere la tauroctonia
La scena segue uno schema quasi fisso. Un cane e un serpente si protendono verso il sangue che sgorga dalla ferita, uno scorpione afferra i genitali del toro, un corvo osserva da vicino; ai lati stanno due portatori di fiaccola, Cautes con la torcia alzata e Cautopates con la torcia abbassata. In alto compaiono spesso il Sole e la Luna, e in alcuni rilievi la coda del toro termina in spighe di grano.
Il significato preciso resta discusso. Le spighe suggeriscono un sacrificio da cui nasce la vita, mentre la presenza di animali che corrispondono a costellazioni ha spinto alcuni studiosi a interpretare l'intera scena come una mappa del cielo. Le due letture non si escludono, e gli antichi stessi, come lascia intendere il filosofo Porfirio nel trattato sull'Antro delle Ninfe, attribuivano alla grotta mitraica il valore di immagine del cosmo.
Sette gradi in una grotta
I mitrei erano ambienti piccoli, spesso sotterranei, costruiti a imitazione di una grotta, con due banconi laterali per il pasto rituale e la tauroctonia sulla parete di fondo. Gli iniziati, solo uomini, salivano sette gradi: Corvo, Sposo, Soldato, Leone, Persiano, Corriere del Sole e Padre. Il mosaico del mitreo di Felicissimo a Ostia raffigura i simboli di ciascun grado, associati ai sette pianeti allora conosciuti.
Roma conserva numerosi mitrei, come quelli sotto la basilica di San Clemente, presso Santa Prisca sull'Aventino e accanto al Circo Massimo, mentre quello di Capua mantiene gli affreschi originali. Spesso il mitraismo viene confuso con il taurobolio, il rito in cui il sangue di un toro bagnava il fedele: quella cerimonia appartiene però al culto di Cibele e non a quello di Mitra.
Con l'affermazione del cristianesimo nel IV secolo i mitrei furono abbandonati, distrutti o sepolti sotto nuove chiese. Proprio questa sorte ne ha permesso la conservazione: sotto San Clemente il visitatore scende ancora oggi, attraverso la basilica medievale e quella paleocristiana, fino alla stanza in cui il toro di pietra attende da secoli il colpo del dio.
