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Bestiari medievali · MED · N. 016 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

L'ape e la formica, maestre di ordine e di prudenza

Dall'Hexaemeron di Ambrogio al Fisiologo: perché nei bestiari l'ape e la formica erano modelli di vita comunitaria, castità, lavoro e saggezza.

Accanto ai leoni e ai draghi, i bestiari medievali dedicavano pagine attente a due creature minuscole: l'ape e la formica. Erano tra gli animali più osservabili nella vita quotidiana, presenti negli orti dei monasteri e nei campi, e proprio per questo si prestavano a lezioni morali concrete. Entrambe rappresentavano una società ordinata, laboriosa e previdente, che i predicatori proponevano come specchio della comunità cristiana e, in particolare, della vita monastica.

L'ape, immagine della comunità perfetta

La fama simbolica dell'ape ha radici classiche. Virgilio, nel quarto libro delle Georgiche, ne descrive lo Stato ordinato, con le sue leggi, i suoi compiti divisi e la sua dedizione al bene comune. Ambrogio di Milano, nell'Hexaemeron, il commento ai sei giorni della creazione, riprende quel ritratto in chiave cristiana: le api hanno figli in comune, abitano una sola casa, condividono il lavoro e la fatica, e scelgono il loro re per natura e non per sorteggio.

Si credeva inoltre che le api nascessero senza accoppiamento, e questa presunta castità ne fece un simbolo della verginità. L'Exsultet, il solenne annuncio pasquale cantato durante la veglia, loda la cera del cero prodotta dall'«apis mater», l'ape madre. Quanto al «re» dell'alveare, solo in età moderna si riconobbe che si trattava in realtà di una regina.

Una leggenda narrata nella Vita di Ambrogio scritta dal suo segretario Paolino racconta che, quando il santo era bambino, uno sciame d'api si posò sulla sua bocca senza fargli alcun male, presagio della sua futura eloquenza. Per questo l'alveare divenne uno degli attributi iconografici del vescovo di Milano. Ancora oggi molte statue di sant'Ambrogio lo mostrano così.

La formica e le sue tre nature

Anche la formica ha un fondamento biblico. Il libro dei Proverbi esorta: «Vade ad formicam, o piger», va' dalla formica, o pigro, e osserva le sue vie. Il Fisiologo le attribuisce tre nature. Le formiche camminano in fila portando i chicchi; quelle che non ne hanno non li rubano alle altre, ma vanno a cercarli dove sono. Il bestiario vi legge l'immagine delle vergini sagge e delle vergini stolte della parabola evangelica, che non possono prendere in prestito l'olio delle compagne.

La seconda natura riguarda la previdenza: la formica spezza in due i chicchi che conserva, perché l'umidità dell'inverno non li faccia germogliare e lei non muoia di fame. Il credente, allo stesso modo, deve distinguere nella Scrittura il senso letterale da quello spirituale, perché la sola lettera, secondo san Paolo, uccide. La terza natura è il discernimento: la formica distingue l'orzo, cibo delle bestie, dal frumento, e raccoglie solo quest'ultimo, come il fedele rifiuta le dottrine eretiche.

Formiche giganti e api industriose

Non tutte le formiche dei libri antichi erano piccole. Erodoto racconta di formiche indiane, più grandi di una volpe, che scavando la sabbia portavano in superficie pagliuzze d'oro. La notizia attraversò i secoli e ricompare in vari testi medievali tra le meraviglie dell'Oriente, accanto alle notizie più domestiche sulle formiche dei campi.

L'ape e la formica mostrano un aspetto spesso trascurato dei bestiari. Accanto ai grandi simboli cristologici, questi libri offrivano un'etica della vita comune, fatta di lavoro, ordine, previdenza e discernimento. Non è un caso che i monaci, che vivevano proprio in comunità regolate e laboriose, guardassero all'alveare e al formicaio come a un'immagine di sé stessi.