Isidoro di Siviglia e il libro XII delle Etymologiae
Come Isidoro di Siviglia ordinò il sapere sugli animali nel libro XII delle Etymologiae, spiegando ogni creatura a partire dall'origine del suo nome.
Se il Fisiologo diede ai bestiari il loro spirito allegorico, Isidoro di Siviglia diede loro gran parte della materia. Vescovo della città andalusa dai primi anni del VII secolo fino alla morte, avvenuta nel 636, Isidoro compose le Etymologiae, detta anche Origines, un'enciclopedia in venti libri che intendeva raccogliere in forma ordinata il sapere dell'antichità. Il dodicesimo libro, dedicato agli animali, divenne una fonte inesauribile per i compilatori dei secoli successivi.
Un'enciclopedia per un mondo che cambiava
Isidoro visse nella Spagna dei Visigoti, un regno che aveva da poco abbandonato l'arianesimo per il cattolicesimo. In quell'ambiente la trasmissione della cultura latina era una preoccupazione concreta: le scuole antiche erano scomparse e i libri si facevano rari. Le Etymologiae nacquero per offrire al clero e ai dotti un compendio di grammatica, retorica, medicina, diritto, geografia, storia naturale e molto altro.
L'opera rimase incompiuta alla morte dell'autore. Fu l'amico Braulione, vescovo di Saragozza, a curarne la divisione in libri. Il successo fu enorme: le Etymologiae sopravvivono in moltissimi manoscritti e furono tra i testi più copiati dell'intero Medioevo latino. Lo stesso Braulione, in una lettera conservata, ricorda di aver sollecitato a lungo l'amico perché portasse a termine l'opera. Nei secoli successivi le Etymologiae divennero un manuale di base nelle scuole monastiche e cattedrali di tutta Europa.
Il nome come chiave della natura
Il metodo di Isidoro è annunciato dal titolo. L'autore era convinto che il nome di una cosa ne riveli l'essenza, e che ricostruirne l'origine permetta di capirla. Il libro XII si apre ricordando che Adamo diede il nome a tutti gli esseri viventi: «Omnibus animantibus Adam primum vocabula indidit». Da lì procede per gruppi, dalle greggi e dai giumenti alle bestie feroci, dai piccoli animali ai serpenti, ai vermi, ai pesci e agli uccelli.
Molte etimologie sono ingegnose e del tutto infondate per la linguistica moderna. Il castoro, castor, sarebbe chiamato così a castrando, per la leggenda secondo cui si evira per sfuggire ai cacciatori. La volpe, vulpes, dovrebbe il nome all'agilità dei piedi. Le bestie feroci, bestiae, sarebbero dette così dalla violenza con cui infuriano. Il valore di questi accostamenti non sta nella verità filologica, ma nella capacità di fissare nella memoria un tratto dell'animale.
Le fonti e l'eredità
Isidoro attinge a Plinio il Vecchio, a Solino, ai commentatori di Virgilio come Servio e ai Padri della Chiesa. Rispetto al Fisiologo, il suo tono è più descrittivo che allegorico: non interpreta ogni animale come figura di Cristo o del diavolo, ma ne registra le proprietà attribuite dalla tradizione, comprese molte credenze antiche presentate come dati di fatto.
Proprio per questo i bestiari della seconda famiglia, come quelli di Aberdeen e Ashmole, inserirono interi passi isidoriani accanto alle moralizzazioni del Fisiologo. Il risultato fu un testo stratificato, in cui la notizia naturalistica e la lezione spirituale convivono sulla stessa pagina. Spesso il lettore trovava, una dopo l'altra, la definizione isidoriana dell'animale e la sua lettura spirituale, senza alcuna avvertenza sul passaggio da un registro all'altro.
Leggere oggi il libro XII significa entrare nel laboratorio da cui uscì il vocabolario zoologico del Medioevo. Molte immagini che sembrano nate nei chiostri, dal leone che cancella le proprie tracce alla lince dall'urina preziosa, sono in realtà notizie antiche che Isidoro salvò, ordinò e consegnò ai secoli successivi. Senza di lui, molte di quelle immagini si sarebbero perdute.
