La kitsune, la volpe del folklore giapponese tra Inari e inganno
Messaggera della divinità Inari o spirito ingannatore dalle nove code: la kitsune giapponese dal Nihon ryōiki alla leggenda di Tamamo-no-Mae.
Nelle campagne giapponesi la volpe, kitsune, è da secoli un animale carico di significati. Può essere la messaggera di una divinità benevola, la sposa misteriosa di un uomo comune o una creatura astuta che inganna i viaggiatori. Il folklore le attribuisce il potere di assumere forma umana, soprattutto quella di una giovane donna, e una saggezza che cresce con l'età. In questa figura si incontrano credenze locali, influenze cinesi e culti shintoisti e buddhisti.
La volpe di Inari
Il legame più noto è quello con Inari, la divinità del riso e della fertilità, poi anche della prosperità commerciale. Nei santuari a lei dedicati, che in Giappone sono decine di migliaia, coppie di volpi in pietra fanno la guardia all'ingresso, spesso con in bocca una chiave, un gioiello o un rotolo. Le volpi non sono Inari stessa, ma i suoi messaggeri, chiamati shinshi, cioè inviati del dio.
Il santuario principale è il Fushimi Inari Taisha, alle pendici del monte Inari a Kyoto, celebre per le migliaia di portali torii rossi donati dai fedeli che formano lunghi corridoi sul fianco della montagna. La tradizione fa risalire la fondazione del culto all'inizio dell'VIII secolo. Alle volpi si offre spesso tofu fritto, e da questa abitudine prende il nome un piatto popolare, il kitsune udon.
La sposa volpe e il Nihon ryōiki
Uno dei racconti più antichi sulla volpe trasformata in donna si trova nel Nihon ryōiki, una raccolta di storie buddhiste compilata dal monaco Kyōkai all'inizio del IX secolo. Un uomo sposa una bella sconosciuta, da cui ha un figlio, finché il cane di casa la smaschera e lei riprende la forma di volpe. Il marito le chiede di tornare a dormire con lui ogni notte, e da questa preghiera il racconto fa derivare il nome kitsune, interpretato come «vieni e dormi».
Un'altra storia celebre è quella di Kuzunoha, la volpe bianca che secondo la leggenda sposò un uomo e divenne madre di Abe no Seimei, il più famoso maestro di onmyōdō, l'arte divinatoria dell'antico Giappone, vissuto nel X secolo. Scoperta la sua vera natura, Kuzunoha dovette lasciare la famiglia e tornare nella foresta di Shinoda. La vicenda fu portata sulle scene del teatro bunraku e del kabuki a partire dal Settecento.
Le nove code e la pietra che uccide
L'immagine della volpe a nove code viene dalla Cina. Il Classico dei monti e dei mari, lo Shanhaijing, raccolta di geografia mitica formatasi nel corso di molti secoli tra l'età dei Regni Combattenti e l'epoca Han, parla già di una volpe con nove code che divora gli uomini. In Giappone si diffuse l'idea che le volpi acquistino nuove code con l'età e con la saggezza, fino a raggiungere il numero di nove, segno di grande potere.
La leggenda più nota è quella di Tamamo-no-Mae, una cortigiana bellissima e coltissima alla corte dell'imperatore Toba, nel XII secolo. Quando il sovrano si ammalò, un indovino scoprì che la donna era una volpe a nove code. Fuggita, fu uccisa nella pianura di Nasu e il suo spirito si trasformò in una roccia velenosa, la Sesshō-seki, la «pietra che uccide». Nel 2022 la roccia, che si trova ancora a Nasu, si è spaccata in due, suscitando grande curiosità in Giappone.
La kitsune incarna un'ambivalenza che attraversa tutto il folklore giapponese. È fedele messaggera del divino e insieme ingannatrice, amante devota e spirito che, secondo antiche credenze, poteva impossessarsi delle persone. Il rapporto con la volpe riflette quello con la natura stessa: generosa e misteriosa, vicina ai campi coltivati e capace, nello stesso tempo, di sfuggire a ogni controllo umano.
