Il pellicano che rianima i piccoli con il proprio sangue
Dal Fisiologo a Dante e a Tommaso d'Aquino: come il pellicano divenne il simbolo per eccellenza del sacrificio di Cristo e dell'Eucaristia.
Tra tutte le immagini dei bestiari, nessuna ha avuto una fortuna religiosa paragonabile a quella del pellicano che si squarcia il petto per nutrire i figli. La si trova su altari, tabernacoli, paramenti liturgici, vetrate e stemmi, e ancora oggi compare in molte chiese. Eppure il racconto originario è più cupo e più complesso di quanto lasci intendere l'iconografia più nota, e la sua storia permette di seguire passo per passo il modo in cui il Medioevo costruiva un simbolo.
Il racconto del Fisiologo
Il capitolo del Fisiologo parte da un versetto del Salmo 101 secondo la numerazione della Vulgata: «Similis factus sum pellicano solitudinis», sono diventato simile al pellicano del deserto. Poi espone la natura dell'uccello. Il pellicano ama molto i suoi piccoli, ma quando questi crescono lo colpiscono al volto; il genitore reagisce e li uccide. Dopo tre giorni la madre, o in altre versioni il padre, si apre il fianco con il becco e versa il proprio sangue sui corpi dei figli, che così ritornano in vita.
L'interpretazione è immediata. Gli uomini hanno colpito Dio con il peccato e sono caduti nella morte; Cristo, aperto il costato sulla croce, ha versato il suo sangue per ridare loro la vita. I tre giorni rimandano alla Resurrezione. Già Agostino, commentando il salmo, riferiva il racconto con prudenza, avvertendo che poteva essere vero o falso, ma riconoscendone la forza come immagine.
Dal bestiario alla liturgia
Nel corso del Medioevo la parte più violenta della storia, l'uccisione dei piccoli, passò in secondo piano. Rimase l'immagine del genitore che si ferisce per nutrire i figli, letta sempre più come simbolo dell'Eucaristia: il sangue di Cristo che alimenta i fedeli. È questo il senso dell'inno Adoro te devote, attribuito a Tommaso d'Aquino, che invoca Gesù come «pie pellicane», pio pellicano, chiedendogli di purificare il credente con il suo sangue.
Anche Dante accolse l'immagine. Nel canto XXV del Paradiso Beatrice indica san Giovanni come colui che giacque sul petto «del nostro pellicano», cioè di Cristo, durante l'Ultima Cena. Il poeta poteva dare per scontato che i lettori capissero l'allusione senza spiegazioni, segno di quanto il simbolo fosse ormai familiare. L'immagine passò poi nei commenti alla Commedia.
Il pellicano nella sua pietà
Nell'araldica e nell'arte di età moderna la figura si fissò in una formula riconoscibile: l'uccello ritto sul nido, con il collo piegato a ferirsi il petto e i piccoli che bevono il sangue. In inglese questa composizione è chiamata ancora «pelican in her piety». Elisabetta I d'Inghilterra si fece ritrarre con un gioiello a forma di pellicano, per presentarsi come madre pronta al sacrificio per il suo popolo.
Il pellicano reale, naturalmente, non fa nulla di simile. Si è ipotizzato che la leggenda sia nata osservando l'uccello mentre preme il becco contro il petto per svuotare la sacca, o dalla colorazione rossastra che alcune specie assumono, ma si tratta di congetture. Ciò che è certo è che un'antica storia naturale, letta con gli occhi della fede, ha prodotto uno dei simboli più duraturi della cultura cristiana.
