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Creature fantastiche · FAB · N. 008 · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

La Chimera: il mostro di Licia e il bronzo etrusco di Arezzo

Leone davanti, capra nel mezzo, serpente dietro: la Chimera di Omero ed Esiodo, la vittoria di Bellerofonte e il capolavoro etrusco di Arezzo.

Oggi la parola chimera indica un sogno irrealizzabile, un'illusione. Per i Greci, invece, era un mostro molto concreto che devastava la Licia, nell'attuale Turchia sud-occidentale. Il suo nome, chímaira, significava semplicemente «capra», e la capra era infatti una delle tre parti del suo corpo. La storia della Chimera è legata a quella dell'eroe Bellerofonte e del cavallo alato Pegaso, ed è giunta fino a noi attraverso poeti, vasi dipinti e una delle sculture più celebri dell'antichità.

Omero, Esiodo e la genealogia del mostro

Nel sesto libro dell'Iliade, il guerriero licio Glauco racconta la storia del suo antenato Bellerofonte e descrive la Chimera come una creatura di stirpe divina, non umana: leone davanti, serpente dietro e capra nel mezzo, capace di soffiare un fuoco terribile. Il re di Licia, che voleva liberarsi dell'eroe senza ucciderlo con le proprie mani, lo mandò ad affrontarla, sperando che non tornasse più.

Esiodo, nella Teogonia, la inserisce nella genealogia dei mostri: secondo l'interpretazione più comune è figlia di Echidna, la donna-serpente, e possiede tre teste, una di leone, una di capra e una di serpente. Appartiene dunque alla stessa famiglia di Cerbero e dell'Idra di Lerna. La versione con tre teste divenne la più diffusa nell'arte: la testa di capra spunta dal dorso, mentre la coda termina con un serpente.

Bellerofonte e Pegaso

Per vincere la Chimera Bellerofonte ebbe bisogno di Pegaso. Secondo Pindaro, la dea Atena gli donò in sogno una briglia d'oro con cui domare il cavallo alato presso la fonte Pirene, a Corinto. Volando sopra il mostro, l'eroe poté colpirlo dall'alto restando fuori dalla portata delle sue fiamme. Una versione più tarda racconta che gli infilò in gola una punta di piombo, che il fuoco del mostro fuse, uccidendolo dall'interno.

La vittoria non portò felicità all'eroe. Orgoglioso dei suoi successi, Bellerofonte tentò di salire con Pegaso fino all'Olimpo, ma secondo il mito Zeus mandò un tafano a pungere il cavallo, che disarcionò il cavaliere. Bellerofonte trascorse il resto della vita errando in solitudine, mentre Pegaso fu accolto tra gli dèi. Il racconto univa così il trionfo sul mostro a una severa lezione sui limiti dell'uomo.

Il bronzo di Arezzo e il fuoco del monte

La più celebre raffigurazione della Chimera è un bronzo etrusco ritrovato ad Arezzo nel 1553, durante lavori presso le mura della città. Realizzata intorno al 400 a.C., mostra la belva ferita, con la testa di capra già colpita, nell'atto di ringhiare contro un nemico invisibile. Su una zampa anteriore si legge un'iscrizione votiva in etrusco. L'opera entrò nelle collezioni di Cosimo I de' Medici e oggi si trova al Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Gli antichi conoscevano anche un luogo chiamato monte Chimera, in Licia, dove dalla roccia uscivano fiamme perenni, e Plinio lo ricorda nella Storia naturale. Si tratta probabilmente delle fiamme di Yanartaş, presso l'antica Olympos, alimentate da gas naturali che ancora oggi ardono tra le pietre. È possibile che questo fenomeno abbia contribuito a radicare in Licia la leggenda di un mostro che sputava fuoco.

Dal mostro reale per i Greci all'illusione dei moderni, la parola chimera ha compiuto un cammino curioso. Anche la biologia l'ha adottata per indicare un organismo formato da cellule di origine diversa. In tutti questi usi resta l'idea di un essere composto, che mette insieme parti incompatibili, e che proprio per questo appare impossibile, minaccioso o straordinario a seconda di chi lo guarda.