Le sirene: dalle donne-uccello di Omero alle donne-pesce medievali
Le sirene antiche erano donne-uccello che cantavano sugli scogli; nel Medioevo divennero donne-pesce. Storia di una metamorfosi da Omero ai bestiari.
Quando oggi pensiamo a una sirena immaginiamo una fanciulla con la coda di pesce. Le sirene dell'antichità, però, avevano un altro aspetto: erano donne-uccello, con il volto femminile e il corpo o le zampe di un volatile. La trasformazione nella creatura marina che conosciamo avvenne lentamente, tra la tarda antichità e il Medioevo, e la lingua italiana conserva nella parola sirena entrambe le tradizioni, che altre lingue distinguono con nomi diversi.
Il canto nell'Odissea
Il racconto più antico si trova nel dodicesimo libro dell'Odissea. La maga Circe avverte Ulisse: le Sirene incantano con il loro canto chiunque si avvicini, e intorno a loro biancheggiano le ossa degli uomini. Omero non ne descrive l'aspetto e sembra pensarle come due, usando per loro una forma grammaticale duale. Ulisse fa tappare con la cera le orecchie dei compagni e si fa legare all'albero della nave, per ascoltare senza morire.
Il canto delle Sirene non promette piacere fisico, ma conoscenza: esse dicono a Ulisse di sapere tutto ciò che accade sulla terra e tutto ciò che Achei e Troiani soffrirono a Troia. Per questo molti interpreti, antichi e moderni, hanno visto nell'episodio una riflessione sul fascino pericoloso del sapere. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio le Sirene sono invece vinte da Orfeo, che copre la loro voce con la sua musica.
Donne-uccello nell'arte greca
L'arte greca rappresentò le Sirene come uccelli con testa di donna, talvolta con braccia umane. Su uno stamnos attico a figure rosse del V secolo a.C., conservato al British Museum, si vede la nave di Ulisse mentre le Sirene volano intorno all'albero, e una di esse sembra precipitare in mare. Figure di sirene comparivano anche sulle tombe, come compagne dei morti, forse in relazione al canto del lamento funebre.
Secondo alcune tradizioni le Sirene erano figlie del dio fluviale Acheloo e di una Musa. Una leggenda narra che, sconfitte dal passaggio di Ulisse, si gettarono in mare: il corpo di una di loro, Partenope, sarebbe giunto sulla costa campana, dove sorse un insediamento che portò il suo nome e che fu il nucleo della futura Napoli. Ancora oggi i Napoletani vengono chiamati partenopei, in ricordo di quella antica sirena.
La coda di pesce del Medioevo
La trasformazione decisiva si legge nel Liber monstrorum, un catalogo latino di esseri prodigiosi composto probabilmente tra il VII e l'VIII secolo. Qui le sirene sono fanciulle marine che dal capo all'ombelico hanno corpo di vergine, ma possiedono code squamose di pesce con cui si muovono tra le onde. Da quel momento i bestiari presentano spesso entrambe le forme, talvolta mescolate in creature con ali e coda insieme.
Nella scultura romanica abbondano le sirene a due code, che tengono le estremità sollevate con le mani; si trovano in capitelli e portali in Italia, Francia e Spagna. I commentatori medievali vi leggevano un monito contro le seduzioni del mondo. Più tardi, nel 1393, il romanzo di Jean d'Arras dedicato a Melusina diffuse la storia di una dama che ogni sabato diventava serpente dalla vita in giù, una figura imparentata con le sirene.
La sirena ha cambiato corpo, ma non funzione. Che abbia ali o pinne, rimane la voce che chiama dal confine tra il mondo conosciuto e l'ignoto, promettendo un sapere o un piacere che si pagano con la vita. In inglese le due forme si distinguono come siren e mermaid; l'italiano, usando una sola parola, conserva il ricordo di una lunga e affascinante metamorfosi.
