L'unicorno: da Ctesia ai bestiari, storia di un corno prezioso
Dagli asini selvatici indiani di Ctesia al monoceronte di Plinio, dalla vergine dei bestiari agli arazzi di Cluny: la lunga storia dell'unicorno.
L'unicorno non nasce dalla mitologia greca. Nessun dio olimpico lo cavalca e nessun eroe lo combatte. Entra nella cultura europea attraverso i resoconti di viaggio e i trattati di storia naturale, come un animale reale ma lontano, abitante dell'India. Solo nel Medioevo diventa la creatura bianca e delicata che conosciamo, simbolo di purezza, e il suo corno si trasforma in uno degli oggetti più ricercati delle collezioni principesche d'Europa.
Le fonti antiche: Ctesia, Aristotele, Plinio
Il primo autore a descriverlo è Ctesia di Cnido, medico greco alla corte persiana, che verso il 400 a.C. scrisse un'opera sull'India oggi nota solo per frammenti e riassunti. Ctesia parla di asini selvatici grandi come cavalli, con il corpo bianco, la testa rossastra e un corno sulla fronte, lungo circa un cubito, bianco alla base, nero al centro e rosso in punta. Chi beveva da coppe ricavate da quel corno, diceva, era protetto dai veleni.
Aristotele ricorda l'«asino indiano» come esempio di animale con un solo corno e con lo zoccolo non diviso. Plinio il Vecchio, nell'ottavo libro della Storia naturale, descrive invece il monoceros, la bestia più feroce dell'India: corpo di cavallo, testa di cervo, piedi di elefante, coda di cinghiale e un unico corno nero lungo due cubiti. Secondo Plinio era impossibile catturarlo vivo. Molti studiosi pensano che dietro queste descrizioni ci sia, almeno in parte, il rinoceronte indiano.
La vergine e la caccia
Un passaggio decisivo avvenne con la traduzione greca della Bibbia, detta dei Settanta. Il termine ebraico re'em, che indicava probabilmente un bue selvatico, fu reso con monókeros, «dal corno unico», e la Vulgata latina usò in diversi passi la parola unicornis. L'unicorno entrò così nei Salmi e nel libro di Giobbe, e i commentatori cristiani cominciarono a interpretarlo come una figura spirituale.
Il Fisiologo, testo greco di simbologia animale composto probabilmente ad Alessandria nei primi secoli dell'era cristiana, racconta che l'unicorno è piccolo, simile a un capretto, e così forte che nessun cacciatore riesce ad avvicinarlo. Si lascia prendere solo da una vergine: corre da lei, le si addormenta in grembo e viene catturato. Gli interpreti medievali lessero la scena come un'allegoria dell'Incarnazione, con Cristo che discende nel grembo di Maria.
Arazzi, stemmi e corni di narvalo
Tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento l'unicorno divenne protagonista di due celebri cicli di arazzi. La Dama e l'unicorno, conservata a Parigi al Musée de Cluny, presenta cinque scene legate ai sensi e un sesto pannello enigmatico, con il motto «À mon seul désir». La Caccia all'unicorno, oggi ai Cloisters di New York, racconta invece la cattura e la morte dell'animale, letta spesso come un'allegoria della Passione.
Per secoli circolarono in Europa corni di unicorno venduti a prezzi altissimi e conservati nei tesori di chiese e sovrani. Erano in realtà denti di narvalo, il cetaceo artico il cui maschio sviluppa una lunga zanna a spirale. Il medico e collezionista danese Ole Worm, nel 1638, ne illustrò pubblicamente l'origine animale, ma il commercio continuò ancora a lungo. Il trono dell'incoronazione dei re di Danimarca, nel castello di Rosenborg, è rivestito proprio di zanne di narvalo.
L'unicorno è sopravvissuto anche nell'araldica: dal tardo Medioevo è legato alla monarchia scozzese e, dopo l'unione delle corone del 1603, compare accanto al leone inglese nelle armi reali britanniche. Nel suo lungo viaggio la creatura è passata dalla zoologia alla teologia, dalla farmacia all'arte di corte, conservando sempre un'aura di rarità: un essere che si mostra solo a chi è puro e che non si lascia possedere con la forza.
